Appartenersi,
Antonio
Appartenere è sopravvalutato. Implica un rapporto di esclusività e la parola esclusivo, oltre a suscitare un po' di ansia, mi puzza sempre di ostentazione finto borghese. Nella mia vita poche volte ho provato un vero e proprio senso di appartenenza, sia perché sono una persona incostante, sia perché ogni qualvolta mi credevo parte di una relazione, di un gruppo o di un ideale, mi sentivo amputare nel frattempo un atavico e irrefrenabile impulso: l'autenticità. L'appartenenza, oltre provocare assuefazione, acquisisce quasi sempre una deriva soffocante, dannosa per i claustrofobici e convergente nella sua deformazione: l'appartenenza cieca. Quanto più l'appartenenza diventa totalizzante (fanatismo) quanto più diventa una gabbia di ipocrisia dalla quale è difficile evadere, che etichetta, esclude e disumanizza chi non ne fa parte. Chiaramente è difficile, se non impossibile, appartenere a nulla, specie per un animale sociale come l'uomo che, per intrinseca disposizione, si allinea ai suoi simili e ai valori che sente propri, aderisce a precisi schemi collettivi e plasma la propria identità secondo le proprie influenze, trovando fugace conforto nell'apprendere che, in fondo, non è solo. Però mi chiedo. Quanto questa appartenenza è sostanziale? Quanto questa appartenenza non ha un fine utilitaristico? Quanto è razionalmente scelta? Quanto è razionale?
Nella nevrotica società del turbo capitalismo, che vive di slogan e visibilità, la risposta sembra semplice: poco. Appartenere al giorno d'oggi significa portare in giro un brand, chiudersi acriticamente nelle proprie convinzioni e combattere, in una costante connettività, per non sentirsi invisibili, la solitudine. L'uomo-massa, nel suo consumo bulimico, non contempla clausole di coscienza, ma subisce apaticamente la perdita del senso critico della vita, schivando con tutte le proprie forze lo spettro della solitudine. Si subisce l'impulso di appartenere a qualcosa, in fondo, perché ci si sente soli. Si fanno le cose che fanno gli altri per essere accettati, e non restare soli. Si ripete quello che dicono gli altri, sempre per non rimanere soli. Ma un individuo acquisisce la sua reale essenza se non prescinde dalla propria autodeterminazione. E l'appartenenza a qualcosa ha senso di esistere se si appartiene prima a se stessi, nella propria intimità, nella propria osservazione silenziosa, nella propria atipicità. In totale solitudine, nei propri dubbi. La socialità è importante, appartenere imprescindibile, ma la nostra libertà più grande rimane quella di poter piangere, rimuginare o sorridere nel buio della nostra camera da letto prima di addormentarci. In quel momento, lontani dalle convulsioni di un mondo sempre più veloce, apparteniamo autenticamente a noi stessi. Ricalibriamo il senso della solitudine come spazio generativo, appartenendoci.