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I sentieri della mente,

Davide


«Dammi un’ora per preparare un bagaglio», la voce del Dottor Leonardi rimbombò nel ricevitore con quel tono sbrigativo che Fanelli conosceva bene. Erano stati compagni di università, molti anni addietro e, durante il loro percorso di studio, quella che all’inizio era stata una sana competizione, per il giorno delle rispettive proclamazioni si era trasformata in vera e propria amicizia. Leonardi, al contrario del proprio collega, aveva rifiutato la carriera accademica, convinto dalla malcelata presunzione che le sovvenzioni italiane non avrebbero mai potuto tenere il passo con le ambizioni della sua ricerca. I progetti a cui aveva lavorato Fanelli, nel tempo, non avevano fatto altro che corroborare quella teoria. Fino a un anno e mezzo prima, quando l’amico gli aveva confessato di lavorare, finalmente, a uno studio molto interessante nel campo della neurologia, assolutamente top secret, del quale gli avrebbe rivelato tutti i dettagli non appena gli fosse stato possibile. Il momento era infine arrivato. «Niente bagagli, vestiti e vieni al laboratorio prima che puoi», fu ciò che Leonardi si sentì rispondere.

Il Dottore, fremente di curiosità, si precipitò all’università. Nel percorrere l’ateneo deserto in direzione del laboratorio, si sentì pervadere da un profondo senso di nostalgia; i successi lavorativi, la frenesia della vita adulta, non avevano cancellato le emozioni e i ricordi giovanili, che la mente di Fanelli rievocò nitidi senza difficoltà. Ricordò le corse a perdifiato per arrivare in tempo alle lezioni, la tensione prima degli esami, finanche il dolore alla mano sinistra per colpa dei troppi appunti presi. Sebbene all’epoca quelle sensazioni avessero tutte una accezione negativa, Leonardi scoprì con stupore che adesso, sublimate dall’azione del tempo, si erano trasformate in qualcosa di piacevole, come un liquido che bevuto sul momento avrebbe avuto un sapore disgustoso, ma che bruciato lentamente da una fiamma spandeva un odore dolce e gradevole. Riemerso dalle nebbie della memoria, si trovò davanti alla porta del laboratorio e bussò con forza. Sentì dei passi frettolosi approssimarsi e poi la porta si spalancò, rivelando la figura stanca ma visibilmente soddisfatta di Fanelli. I due, scambiatisi un abbraccio, entrarono insieme nel laboratorio. «Allora? Dov’è che vuoi portarmi?», Leonardi non tentò nemmeno di celare la propria curiosità. Fanelli, divertito, decise di torturare ancora per qualche minuto l’amico. «Lo vedrai», disse, con un sorriso beffardo al quale Leonardi rispose corrugando la fronte. Il laboratorio era rimasto pressoché lo stesso di tanti anni prima; numerosi tavoli carichi di strumenti erano disposti lungo le pareti della stanza, tranne in quella rivolta a est dove, al posto del muro, si apriva una enorme vetrata, la cui vista spaziava sui vari poli dell’università. Al centro, un altro tavolo, più grande, dove si era soliti lavorare al progetto più importante. Proprio su quello era posato uno strumento che, sulle prime, Leonardi stentò a riconoscere. Era una specie di casco, dalla cui sommità partiva un cavo collegato al computer portatile sistemato accanto al macchinario. Davanti, a poca distanza, stava una comoda poltrona con poggiapiedi. Leonardi sorrise. «Vuoi cancellare il ricordo della mia ex moglie?». 

Anche Fanelli si mise a ridere. «Bel film. E gran bella idea, visto che ho avuto la sfortuna di conoscere Margherita. Ma purtroppo, non siamo ancora in grado di cancellare i ricordi», invitò Leonardi a sedersi e prese in mano il casco, «Per adesso, siamo soltanto in grado di far rivivere tutti i ricordi che un essere umano ha immagazzinato nella mente e», poggiò il casco in testa a Leonardi, che nel frattempo si era seduto e aveva fatto scattare il poggiapiedi, «Vederli riprodotti sul computer, con una qualità non ancora cinematografica, sarò sincero, ma ci stiamo lavorando».

«Anche io li vedrò in bassa qualità?».

«Oh no, la mente è potentissima e, grazie alla spinta del macchinario, avrai la possibilità di accedere non solo ai ricordi meno nitidi, ma anche a quelli sopiti, ricordi d’infanzia e addirittura traumi che la mente ha rimosso dall’io». «Freud starà facendo i salti di gioia nella tomba. E come farò a selezionare i vari ricordi?». Fanelli sorrise, carico di entusiasmo. «Oh beh, questo non so dirtelo. I test fatti finora hanno mostrato che ogni cervello lavora in un modo tutto suo. Il flusso della mia memoria, per esempio, si dipana come una galleria, una specie di miniera da cui si dipartono vari cunicoli. Ma la tua mente, ben più pratica della mia, saprà inventarsi qualcosa di meno grossolano. Posso dirti per certo che i ricordi non vanno a ritroso, i primi accessi che incontrerai saranno quelli relativi ai primi momenti che hai immagazzinato». Leonardi strinse i braccioli con le mani, ormai del tutto contagiato dall’entusiasmo dell’amico. Gli lanciò uno sguardo emozionato e, dopo aver poggiato la testa allo schienale, chiuse gli occhi. 

Li riaprì e ciò che si trovò davanti lo lasciò di stucco. L’ampio e luminoso laboratorio era scomparso e, al suo posto, si trovava un corridoio di cui Leonardi non riusciva a vedere la fine. Sui due lati, erano collocate a poca distanza una serie di porte tutte uguali. Beh, di certo non è una caverna, pensò subito divertito, mentre avvicinava la mano tremante al pomello della prima porta a sinistra. Non appena la aprì, un liquido caldo lo travolse; ebbe per un attimo il terrore di annegare, ma si rese subito conto che era perfettamente in grado di respirare. Venne presto invaso dal caldo torpore sprigionato dal liquido in cui era immerso. Non poteva vedere, ma percepiva il pulsare fremente delle pareti che lo circondavano. Frugò con la mano il proprio corpo sospeso in posizione fetale; dove quella mattina, mentre si vestiva, aveva visto l’ombelico, adesso partiva un tubo. Piegò di nuovo il braccio e tornò a rannicchiarsi. Avrebbe potuto passare l’eternità lì, rintanato nel ventre della propria madre, cullato da quella tiepida oscurità. Improvvisamente, udì dei suoni raggiungere l’orecchio; erano ovattati, parole di un linguaggio che conosceva, ma che in quel momento scoprì di non comprendere. Erano certamente le voci dei suoi genitori. Allungò un piede e premette con tutte le forze contro la superficie della placenta, voleva che i suoi capissero che li stava sentendo. D’un tratto, le voci si fecero più forti e gioiose. Gli parve di percepire una risata maschile, le cui vibrazioni si espansero fin dentro al liquido amniotico in cui Leonardi era immerso, facendo fremere il suo piccolo cuore di gioia.

Rimase immobile ad ascoltare quelle voci, finché la curiosità non ebbe di nuovo la meglio.

Si voltò, con un certo sforzo, e vide di nuovo la porta. Allungò le mani e, d’un tratto, si ritrovò di nuovo nel corridoio. Rivolse lo sguardo appannato dalle lacrime sul proprio corpo, di nuovo adulto e sviluppato; aveva ancora la mano stretta attorno alla maniglia della porta. Si staccò e decise di proseguire. Dopo alcuni passi, si fermò innanzi alla porta di sinistra. La aprì e di nuovo avvertì il proprio corpo immergersi. La sensazione era ben diversa dalla precedente. Il liquido in cui si trovava era freddo. Agitò freneticamente i piedi, colto dal folle terrore di sprofondare. Urlò, ma dalla bocca uscì un pianto forsennato. Aprì gli occhi, che fino a quel momento aveva tenuto serrati, e scoprì di essere al mare. Avvertì le mani di suo padre che lo sorreggevano e la sua risata divertita. Leonardi cominciò a muovere anche le braccia, ma gli schizzi che provocò gli finirono negli occhi che cominciarono a bruciare. Si dimenò, in preda al terrore, e voltò la testa alla disperata ricerca della porta. La intravide, oltre le palpebre socchiuse, e si allungò verso di essa.

Di nuovo il corridoio. Il bruciore agli occhi si era dissipato, ma il corpo continuava a fremere per i rimasugli del freddo pungente che lo aveva trafitto. Non appena si fu calmato, sorrise. Beh, ora capisco perché non conservavo il ricordo della mia prima volta al mare, si disse, e provò una punta di affettuoso risentimento per il divertimento del proprio padre. Non appena lo rivedo, gliene dico quattro, pensò, mentre procedeva attraverso il corridoio. Superò una quantità incalcolabile di porte, non aveva voglia di perdersi di nuovo in qualche ricordo infantile. Si fermò davanti a una porta e venne colto da una profonda inquietudine. Man mano che proseguiva, si era reso conto che di fronte a ogni varco, poteva percepire diverse sensazioni farsi strada dentro di lui; le percezioni attraversavano uno spettro pressoché infinito, che si estendeva dalla felicità più estrema, fino alla paura o alla tristezza più folli. Leonardi afferrò la maniglia; di colpo, sentì un peso cadergli nel petto e percepì la gravità di quel ricordo spingergli le sopracciglia verso il basso. Si fece coraggio ed entrò. Era seduto sul sedile del passeggero dell’auto di sua madre. Non ebbe dubbi, sapeva esattamente dove si trovava. Stavano tornando dalla visita odontoiatrica, dove il dentista lo aveva rimproverato di non indossare abbastanza l’apparecchio per i denti. Leonardi improvvisamente si ricordò di quanto avesse insistito per farsi fare quello mobile, anziché quello fisso, e delle numerose promesse che aveva elargito di indossarlo con costanza. Promesse che aveva disatteso ben presto e che avevano suscitato l’indignazione della madre. La macchina non era in movimento e la donna stava osservando al di là del parabrezza, lo sguardo truce. Leonardi avrebbe voluto dirle quanto le dispiaceva ma, esattamente come allora, non trovò la forza; si limitò ad abbassare gli occhi sulle proprie mani intrecciate. Sua madre si voltò, furiosa. «Lo sai quanti sacrifici stiamo facendo per poterci permettere questo dannato apparecchio? Io e papà ci siamo fidati di te e tu così ci ricambi». 

Leonardi scoprì che la rabbia della madre di cui, fino a quel momento, aveva conservato il ricordo, era solo una pallida imitazione di quella che stava percependo in quel momento. Avvertì, con la sua adulta consapevolezza, la delusione e la rabbia di quella donna, il velenoso senso di tradimento di cui erano imbevute le sue parole. Da bambino, si rese conto, ne aveva percepita solo l’ombra. Alzò gli occhi colmi di lacrime verso il finestrino e vide la porta. Uscì dall’auto, i rimproveri della madre che gli rimbombavano nelle orecchie. 

Ancora il corridoio. Leonardi tentò senza successo di deglutire il groppo di senso di colpa che gli si era incastrato in gola. Cominciò a sfiorare con la lingua i propri denti, alcuni dei quali erano rimasti storti a causa della poca temperanza che aveva dimostrato. Cominciò a correre, aveva assolutamente bisogno di annegare in qualche ricordo felice. Tuttavia, man mano che la propria vita procedeva, Leonardi si rese conto di quanto la serenità che aveva provato davanti ad alcune porte corrispondenti all’infanzia andava via via scemando, lasciando il posto a sensazioni gradevoli, ma ammantate di una nuova consapevolezza. Non sapeva spiegarselo. Era come se crescere confondesse la mente, tanto che su quasi tutti i ricordi positivi, aleggiasse inesorabile l’ombra di un qualche dolore o di una qualche preoccupazione. Corse ancora. Raggiunse una porta e vi si fiondò. Era il primo Natale dopo che i suoi gli avevano rivelato che Babbo Natale non esisteva. Aveva undici anni. Leonardi sentì la gioia invaderlo mentre scartava i regali ma, al tempo stesso, non riusciva a liberarsi dalla delusione che tutte quelle storie fantastiche su un vecchio che in una notte faceva il giro del mondo, in sella a una slitta trainata da renne volanti, erano tutte delle menzogne. Scappò. Di nuovo nel corridoio, correva a perdifiato alla ricerca di una felicità limpida, non sporcata da altre sensazioni negative ma, di porta in porta, questa si faceva sempre più remota. Si fermò di colpo, immobilizzato da una stretta di dolore indescrivibile; sapeva perfettamente cosa si trovasse oltre quella porta e decise che non avrebbe rivissuto quelle sensazioni per niente al mondo. Andò avanti. Il conseguimento del diploma, una soddisfazione incontenibile, ma nel profondo la folle preoccupazione per il proprio avvenire. Il giorno della proclamazione, la serenità per aver raggiunto quell’obiettivo nei tempi prestabiliti e la paura per essere definitivamente entrato nell’età adulta. Era ancora una volta nel corridoio, in preda alla disperazione, quando una scintilla di speranza lo rianimò. I ricordi, al contrario della vita, potevano essere percorsi a ritroso. Prima di approdare di nuovo alla realtà, voleva a tutti i costi tornare all’infanzia e sperimentare la gioia di cui si era dimenticato, immergersi di nuovo nella placidità della placenta, o rivivere il momento in cui imparava a camminare. Superò di nuovo la porta che dava su quel ricordo orribile e poco dopo, si fermò. Quanto tempo era trascorso da quando Fanelli lo aveva attaccato al macchinario? Per lui era sembrata un’eternità. Non voleva che l’amico lo riportasse indietro prima di aver vissuto di nuovo quelle stupende sensazioni. Guardò il corridoio, interminabile, ed ebbe paura di essere troppo lontano. 

Si voltò verso la porta a destra, attratto dalle sensazioni che essa sprigionava. Non era molto lontano dalla sofferenza da cui era scappato due volte e la avvertì aleggiare intorno alle emozioni che provava in quel momento. Era come osservare l’acqua placida di un lago stupendo dove aveva voglia di tuffarsi, provando già sulla pelle i brividi che l’acqua gelida avrebbe provocato una volta che si fosse immerso. Entrò. 

Lei era lì, davanti a lui. Indossava già la parrucca, le sopracciglia erano quasi del tutto scomparse e una patina di sofferenza, di cui Leonardi si era dimenticato, le ricopriva gli occhi. Posò lo sguardo sul contenitore colmo di pasticche che sua nonna stringeva in una mano, mentre nell’altra raccoglieva a una a una le compresse da ingerire. «Mi riesce sempre più difficile mandare giù questi siluri», disse, e gli rivolse un sorriso. Leonardi, nell’udire quella voce, si ricordò di averla dimenticata. La avvertì posarsi e bruciare come l’artiglio del diavolo sul suo cuore indolenzito. «Dai nonna, sono per il tuo bene». Sentì il cuore sprofondare. Allora non lo sapeva, ma adesso era consapevole che le stava mentendo. Sapeva che di lì a qualche settimana i reni le avrebbero ceduto. Avrebbe voluto gettarsi tra le sue braccia, stringerla forte e rimanere avvolto in quell’abbraccio per sempre, ma sapeva bene che quel giorno non lo aveva fatto e neanche l’ultima volta che l’aveva vista, sul letto dell’ospedale. La guardò ancora una volta, poi rivolse lo sguardo alla porta, ma non osò avvicinarsi. Chiuse gli occhi, lasciando che il rimorso lo inghiottisse.

Li riaprì, davanti a sé si trovava di nuovo il laboratorio. Guardò Fanelli, che si stava tamponando gli occhi con un fazzoletto, e scoppiò in una risata. Non riusciva a smettere di piangere e cominciava a sentire il muco colargli dal naso. «Che cazzo ridi», gli disse l’amico, mentre gli passava un fazzoletto. Dopo che si furono ricomposti, Leonardi guardò Fanelli negli occhi arrossati. «Davvero un’idea strabiliante. Se lo avessi saputo, tuttavia, non so se avrei accettato». «Lo immaginavo, anche per questo non ti ho detto niente. Io stesso me ne sono pentito subito dopo aver provato. Viaggiare per i sentieri della mente può essere doloroso, o addirittura pericoloso. Ma avevamo bisogno di alcuni volontari per i test, perciò…», sorrise di nuovo, e poggiò una mano sulla sua spalla. «Credo di doverti ringraziare, in ogni caso». «Grazie a te per esserti offerto…». I due scoppiarono di nuovo a ridere. «Sarà un grande passo avanti nel campo della psichiatria», disse Leonardi con tono ammirato. «Già…Peccato», Fanelli rivolse lo sguardo alla vetrata del laboratorio, «Che sia stato l’esercito a commissionare la ricerca. Sai, per interrogare presunte spie e prigionieri politici…Non dovrei dirtelo, ma mi appello al segreto professionale». «Sarò una tomba», disse Leonardi e, percepita la delusione nella voce del collega, gli cinse le spalle con un braccio. «Andiamo, ti offro la colazione».