Tenderly,
Antonio.
“Il cibo che mangiamo è un po' come la carta igienica profumata: se ti pulisci il culo con quella dopo una zuppa di legumi non si metterà di certo a profumare da un momento all’altro.”
Così dice il mio amico Alfredo. Ha i capelli rossi e un incisivo inclinato su sé stesso tanto da sembrare un paio di forbici per le unghie. Di solito, io e Alfredo ci incontriamo al Butterlfy, un locale dietro il complesso della Rai. Discutiamo delle cose che ci fanno star bene. A lui, il giovedi, fa star bene il jazz: le melodie, il tocco, lo sputo dolce e conciso di Chet Baker. Io sono il più semplice dei due… il fine settimana mi chiudo in strade buie per poche decine di minuti con una donna che soddisfa il mio volere in cambio di banconote. E talvolta come dono, un mazzetto di Giacinti: il fiore della fedeltà.
L’ultima volta mi è capitata una ragazza dai capelli rossi e due anni fa un’altra con i denti storti. Non nego che in alcuni momenti mi hanno ricordato Alfredo, l’esito ha impacchettato un prodotto insoddisfacente e raccapricciante.
Al Butterfly, uno dei nostri giovedi, abbiamo parlato della carta igienica profumata e fu così che Alfredo vomitó la sua massima. La carta igienica profumata non è come il cibo, Alfredo. È come una mutevole verità.