Mangiavo, cagavo, preparavo una cannetta e qualche stecca d'erba, e alle tre ero fuori. Cannetta co n'amico che a scola non c'andava più, poi alle 4 navetta e via ai giardini, dove c'era l'appuntamento con tutti gli altri. Io arrivavo sempre primo. Prendevo la prima di un'infinita serie di birre - io, perlopiù, Peroni - e si cominciava con il freestyle. Rime a rotazione per ore, e ore, e ore...vivevo una vita da semi-disadattato. Perché non avevo social, ne telefono 'smart', ne avevo una concezione del mondo intorno a me. In un mondo ideale, facevo le mie rime, bevevo le mie birre, e tornavo a casa a scrivere.
Una prima rivelazione di quanto il mondo dell'Hip Hop fosse distante dal mondo idealizzato costruito nella mia camera in interminabili pomeriggi passati a fare diggin su Youtube, ce l'ho avuta un pomeriggio, ad una Jam. C'era un mio amico, M., che si era iscritto a questa gara di freestyle. Io lo avevo accompagnato, ma non avevo avuto il coraggio di iscrivermi. La gente mi faceva paura. Sentirsi giudicato, sentirsi al centro dell’attenzione. Riservatezza è egoismo. Ero geloso del mio egoismo – non egolatria – e lo consideravo uno scudo. La gente mi fa paura ancora oggi ma, cazzo, il lavoro ti pone in una condizione di frustrazione costante che - unico lato positivo - ti permette di fregartene altamente della paura. Insomma, stavamo a questa Jam, e il mio amico viene eliminato - ingiustamente - dalla gara. In finale ci doveva arrivare P.R., un protetto di uno dei giudici della gara, D.D. Noi pensammo "vabbè, sei stato forte, ci siamo fatti vedè in giro, sti cazzi della gara. Andiamo fori a fa ‘na canna, e poi ci godiamo il concerto. Quella sera avrebbero suonato i Sangue Mostro, ma soprattutto Clementino. Era appena uscito I.E.N.A. (Io E Nessun Altro) e avrebbe fatto Toxico. Andiamo fuori e vediamo un super-cerchio di freestyle. Al che ci guardiamo e ci diciamo "Bhe, fanculo la gara. partecipiamo al cerchio. Piano piano ci avviciniamo ai ragazzi. Erano un po' più grandi di noi. Il cerchio era già iniziato. Il cerchio di freestyle funziona così. Ci si dispone tutti intorno a un ipotetico centro, si mette un beat dopo l'altro, e uno dopo l'altro si cacciano quattro quarti a testa. Il cerchio insegna il rispetto e l'ascolto reciproco. O almeno questo pensavo, e praticavo io, con gli altri, ai giardini di Rignano. Lì non siamo mai riusciti ad entrare. Ogni volta che provavamo ad attaccare le nostre rime a quelle del tizio precedente, c'era qualcuno che ci reppava sopra. Abbiamo resistito forse cinque minuti. A ‘na certa ho detto "Fanculo", e mi sono allontanato. Era meglio fasse ‘na canna pe cazzi nostri, e goderci la serata per cazzi nostri. Lì ho capito una cosa del mondo Hip Hip romano: non c'era condivisione. O facevi parte del 'giro' - quasi una setta, fatta di bocchini vicendevoli, di favori e di subdole prese di posizione sul nulla - o non esistevi, semplicemente. Come Elettrolisi Lessicali - ci chiamavamo così - in realtà, qualche soddisfazione ce la siamo tolta. Abbiamo persino aperto a Kaos One, a Grosseto. Siamo saliti in otto sul palco, e abbiamo fatto il panico (anzi in sette, perché al nostro produttore non l’hanno fatto entrà gratis, e lui giustamente ha rosicato e non è voluto salì sul palco: il mondo dell’underground è anche questo…). A fine serata, fuori dal locale tutti volevano fare freestyle con noi. Eravamo disordinati, disorganizzati, eppure reali, e diversi dagli altri. Forse è questo a non averci premiato. Eravamo troppo Hip Hop, anche per la scena Hip Hop. Ognuno ha preso la sua strada, abbiamo smesso di incontrarci ai giardini, e siamo cresciuti.
A volte, a lavoro, mentre pulisco l’affettatrice, rifilo i prosciutti o taglio i formaggi, ripenso al freestyle, e a tutte quelle rime nate e morte in un momento, come la migliore ispirazione. Pensavo spesso che il freestyle fosse stata la mia vera scuola di vita. A volte, mentre tornavo a casa stanco, ripensavo alla mia giornata, e nella mia mente, nonostante tutto, continuavo a metabolizzare il vissuto in rima. L’altra sera, mentre tornavo a casa, e buttavo la ciospa dal finestrino, pensavo:
Sulla mia panda, sono le cinque, metto la quarta
La prima – ciospa è lontana…
Voglio tornare alla mia tana, alle mie nevrosi
Vorrei pensare che c’è un secchio pe’ giorni noiosi…
Così so giorni che non dedico cura a me stesso,
che sto stressato e non ho tempo per andare al cesso
ce so cascato come tutti dentro un meccanismo
e ora i ricordi sono canne e non trovo un appizzo
Puzza di strada,
Massimiliano
Dalle mie parti, se non parti, rischi di fermarti. L’inerzia comincia a consumarti, lentamente, a logorarti nei bar, nelle cantine, nei garage. Mi ricordo che a 16 anni stavo messo male…la mia fortuna era che c’erano un sacco di disadattati, insoddisfatti e logomaniaci come me. Li ascoltavo, cercando collegamenti tra me e loro, unendo i puntini, capendo, col tempo, rime e ragioni. Era il periodo dell’idealizzazione. Vedevo i miei miti distanti e lontani, e non potevo chiedere di meglio. Poi, vivi. E capisci. Io capii la crudeltà dell’egocentrismo poco dopo, verso i 17. Ero ad una jam, la consacrazione del nostro culto…
erano anni abbastanza convulsi.
Anche se ancora non ce n'eravamo accorti. Il rap stava diventando definitivamente un fenomeno pop. Erano già usciti Achille, Sfera, Ghali… noi - poveri stronzi in una stronza provincia italiana, vicino a Roma, anche se lontanissimi - vivevamo l'Hip Hop come lo si viveva vent'anni prima. In incoscienza, istintivamente, senza fare calcoli preventivi. Io personalmente avevo questa routine. Uscivo da scuola - i miei mi avevano iscritto ad un liceo privato, per recuperare gli anni persi dietro la speed, le paste, la ketamina. Quel privato mi fece quasi 'odiare' dai miei amici. Pensavano: "Sto stronzo. C’ha i soldi, e non ce lo dice"...se sapessero quanto hanno dovuto sacrificà i miei, pe famme andà a quella cazzo de scola… prendevo l'auto fino a casa.

instagram artista: @massimilianoceliboni