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Tullio De Piscopo,

Colori della musica


Passi che si alternano tra vicoli bellissimi, odori provenienti dalle basse case di alcune vie, una grande luna in cielo. È in questo contesto che Quot Homines si è piacevolmente smarrito alla ricerca di emozioni e ispirazioni, fino al momento in cui viene attirato da una locandina: "Macerata Jazz". Guidato dal grande fascino del jazz si spinge oltre, lì ha avuto l'occasione di stringere la mano ad uno dei più grandi batteristi di tutti i tempi: Tullio De Piscopo


Macerata la vede tornare nuovamente al Teatro Lauro Rossi. Cosa ricorda del primo concerto?

Che meraviglia, io amo Macerata perché abbiamo fatto sempre cose straordinarie… i ricordi del vecchissimo festival di Macerata Jazz, che era addirittura prima di Umbria Jazz, di quei grandi festival con musicisti italiani e stranieri. Ho dei ricordi bellissimi, anche perché si suonava sempre d’estate a Macerata e quasi mai d’inverno… poi ho tanti amici qui.


Cosa desidera comunicare attraverso il suo strumento? 

La vita… l’amore per la vita, soprattutto per chi la stava lasciando più di una volta. Quindi, il grande valore della vita attraverso il mio strumento, la mia musica che ancora oggi dopo tanti anni è rivolta a mio fratello Romeo De Piscopo che morì a 21 anni quando io ne avevo 11 mentre suonava la batteria. Per me è stato un trauma. Ho visto una scalinata enorme davanti a me che ho fatto quasi tutta. Adesso ci sono questi altri scalini da fare perché compirò ottant’anni… THE LAST TOUR!


In che modo il suo rapporto con lo strumento è cambiato nel corso della sua carriera… e quindi della sua vita? 

Mai. Io non ho mai seguito le mode: Tullio, il suo suono. Ho trovato la mia giusta personalità attraverso le mie origini cioè la scala melodica napoletana, il vociferare con il dialetto dei vicoli di Porta Capuana e tutto ciò tradotto tramite i miei tamburi. Non ho mai copiato nessuno… perché dovrei farlo se esiste già?


Quanto la città di Napoli ha influenzato il suo percorso artistico? 

Io direi quasi al centro per cento. Questo modo di parlare, un po’ strano, io non l’ho perso anche se sono cinquant’anni ormai che vivo a Milano, anzi, mi alleno davanti allo specchio e parlo con qualche napoletano. Ognuno che si sposta dalla sua città natale poi perde il suo accento d’origine e prende quello del posto in cui si trasferisce. “Nun va buon”!