Frantumi,
Antonio
Sono le 23:59 di un giorno qualsiasi, i miei occhi bruciano, la mia bocca ha ancora un sapore amaro e le mie dita sporche poggiano sullo schermo di un telefono e scrivono, dopo che in camera mia un quadro appeso risultava troppo storto e decido di raddrizzarlo.
Appoggio una spalla al muro di fronte per guardarlo e osservare il modo in cui aveva perso quel briciolo di personalità che lo distingueva. Quella riproduzione di Van Gogh, quelle fredde stampe di alcune ninfee... ora uguali a lui, meticolose, dritte, al millimetro.
Poi l'illuminazione. Al pari di un crescendo musicale. L'essere, il quadro, raddrizzati, resi identici, un materiale plastico prodotto in serie. È perfetto! È impeccabile!
La bocca impastata di ipocrisie sui difetti mentre si educa alla perfezione perché non è consentito continuare ad essere storti, si aspira a un meglio irraggiungibile.
Mi disilludo, cammino verso il quadro, gli do una spallata e vado a dormire.
Frantumi.
