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Non luoghi,

Leonardo


Ore 6:00

La sveglia suona frettolosa facendo alzare in un istante Giorgia dal letto. Di corsa arrabatta tutte le sue emozioni dentro il comodino, poi velocemente infila una gamba, poi un'altra, poi le braccia, allaccia al collo ed eccola lì: pronta in giacca e cravatta per un'altra giornata di lavoro. Si sveglia a quest'ora perché non può permettersi l'affitto a Milano, quindi abita in una zona più provinciale a mezz'ora di treno dal suo ufficio nelle poste. 
Esce di casa e cammina fino alla stazione con la sua 24 ore in mano. Guardandosi attorno osserva quel quartiere ancora spento, dove gli unici svegli sono i panettieri, mentre lo osserva chiude gli occhi, sospira, ne coglie un’anima. Poi di colpo non appena entra in stazione tutta quella poesia gli crolla. Come tutti i giorni torna alla sua routine, compra il biglietto, si siede prima nella piccola sala d'attesa illuminata da luci al neon, poi in treno, scende, ed eccola lì, sempre in una stazione, solo che questa volta si trova a Milano. Durante questi passaggi non si accorge che quella struttura di cemento e ferro l'ha trasportata da un punto all'altro.

Esce dalla stazione di Milano e come gli altri giorni prima di entrare a lavoro passa al supermercato a comprare il pranzo. Entrando resta accecata dalle forti luci al neon che non gli lasciano nemmeno l'ombra a terra. Mentre cerca il suo sostentamento della giornata la vista comincia ad offuscarsi, entra in uno stato confusionale, gli occhi gli si incrociano, gli manca l'aria, sente che gli manca il respiro. Con le mani alla gola corre fuori dal supermarket, l'aria torna ma la confusione resta. Guardandosi attorno si accorge subito di non essere più fuori dal solito supermarket. Sempre più disorientata inizia a camminare, tutte le voci che incontra nei marciapiedi sono straniere, come lo sono le case che la circondano. Guarda i cartelli ma non riesce a decifrare quella lingua. Potrebbe essere ovunque nel mondo ora, proprio come quel supermarket dalle luci al neon. Non capisce. Segue la torre che vede poco lontano da lei. Non sa perché, ma l'istinto le dice che lì troverà risposte. Ormai sotto la torre legge un cartello "Alexanderplatz", si ricorda di quella canzone di Milva che le faceva sentire il padre da bambina, si trova a Berlino.

Mentre il suo cervello cerca di elaborare tutte queste informazioni il suo corpo si dirige verso l'ascensore che porta in cima alla torre. L'ascensore comincia a salire, i tedeschi che erano saliti con lei escono, poi vede entrare due uomini vestiti come lei da impiegati che ora però parlano una lingua che riesce quasi a comprendere, sono dei francesi e stanno parlando di affari, mentre cerca di capire che ci facciano lì loro escono dall'ascensore lasciando entrare altri due che ora però parlano inglese. Il cervello le sta esplodendo, esce dall'ascensore. Quello che vede la fa quasi svenire: davanti a sé riconosce il panorama di Manhattan e Central Park. Rientra in ascensore, vuole tornare a terra. L'ascensore scende al piano 0 si aprono le porte, attorno a sé vede decine e decine di schermi a led di pubblicità con scritte probabilmente giapponesi. Panico. Non sa più che fare, questi luoghi, prima la stazione, poi il supermarket e l'ascensore la stanno privando del suo diritto di appartenere ad un luogo. Poi l'idea geniale, vede l'insegna di un locale con fuori una lettera: devono essere delle poste. Ormai è una roulette. Stringe la sua 24 ore e comincia a correre. Entra quasi di sfondamento nella porta tenendo gli occhi chiusi. Una volta entrata non ha il coraggio di aprirli. Una voce familiare la conforta: “Giorgia sono le 7:32 sei in ritardo!”.

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