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Un valore essenziale,

Davide


«Allora, mio caro, vogliamo cambiare di nuovo lavoro?». Il career coach prese dalle mani di Pietro il curriculum e aspettò in silenzio che il proprio cliente si sistemasse sulla sedia. «Mi piacerebbe, sì, comincio a non sentirmi abbastanza valorizzato». Il coach lo scrutò perplesso. «L’ultima volta che ci siamo sentiti, mi dicesti di trovarti bene. È successo qualcosa?». Il viso di Pietro si incupì improvvisamente, tanto che il coach si sentì in dovere di chiedere scusa. Stava per farlo quando Pietro, fatto un profondo sospiro, cominciò a parlare. «Io e la mia ragazza ci siamo lasciati». Il

coach stava per esprimere il proprio rammarico, ma Pietro fu di nuovo più rapido. «Da quando è andata via e devo pagare affitto e bollette da solo…Beh, lo stipendio non mi basta più». «Hai provato a chiedere un aumento?». Pietro scoppiò a ridere. «Secondo lei?». Il coach, risentito per quell’accesso di sarcasmo, non fece in tempo neanche ad aggrottare le sopracciglia. «Gliel’ho chiesto. E loro, per tutta risposta, mi hanno proposto di lavorare di più ed essere pagato fuori dalla busta. Non so se mi spiego». Il coach, dapprima sorpreso, si indignò. «Non me lo sarei mai aspettato da un’azienda con una tale reputazione». Pietro si appoggiò allo schienale e alzò le braccia. «Le apparenze ingannano». Pietro tornò a sporgersi verso il coach. «A volte, quando c’era molto lavoro, ci hanno proprio costretti ad andare a lavorare il sabato mattina o fare qualche ora in più nei giorni normali. Se avessi preso un euro per ogni volta che ho mandato un certificato di malattia falso, sarei milionario». Il coach scosse la testa, la faccia schifata di chi sta ascoltando la storia più sordida della sua vita. «Ultimamente, per non andare a lavorare di sabato, dicevo ai capi che dovevo andare dallo psicologo di coppia. Credo mi abbia portato male». Il coach si schiarì la gola e rivolse lo schermo del computer nella direzione di Pietro. «Dunque, due giorni fa, quando mi hai avvertito, ho cominciato a fare alcune ricerche». Dopo un paio di click, sullo schermo apparve il profilo Linkedin di un’azienda. «Questa non è lontana da casa tua e, dai vari profili social e dal sito ufficiale, sembra un’ottima opportunità. Inoltre, data la tua esperienza, potresti candidarti per il ruolo di responsabile. Sicuramente guadagneresti più di adesso». Pietro storse la bocca. «Se è quella

che penso», puntò il dito verso l’immagine del profilo sullo schermo, «La conosco, perché ci lavora una mia amica». Il coach gli rivolse uno sguardo entusiasta. «Bene, così puoi chiederle conferma sulla professionalità del…». «La mia amica non si trova per niente bene. I ritmi di lavoro sono forsennati, perché non c’è abbastanza personale. In più, l’ultima volta che l’ho vista mi ha raccontato che la sua capo reparto aveva cominciato a farle del mobbing». L’uomo si abbandonò sulla sedia, sconsolato. Dopo un attimo di silenzio imbarazzante, Pietro afferrò la tastiera wireless sotto lo sguardo attonito del coach e digitò il nome di una azienda. «Questa mi sembra interessante come opportunità, la conosce?». Questa volta fu il coach a storcere la bocca. «Sì, l’avevo proposta tempo fa a un altro cliente». Pietro lo incalzò con un cenno della testa. «Sapevo che erano estremamente selettivi ai colloqui. Chiedevano addirittura il voto dell’esame di maturità. Il mio cliente riuscì a entrare ma…Non si trovò molto bene».

Pietro, deluso, rivolse la tastiera di nuovo nella direzione del coach. «Peccato, sapevo che pagano bene». «Certo, questo è vero. Per questo motivo il mio cliente ci è rimasto molto, prima di decidersi ad andare via». «Beh, perché non fare un tentativo allora». Il coach rimase un attimo in silenzio, strizzando gli occhi nello sforzo di ponderare l’idea. «Non lo so Pietro. L’azienda di per sé non è male, niente straordinari pagati in nero o sciocchezze del genere, però...». «Però?». Pietro allargò le mani, pronto a incassare. «L’ambiente, Pietro. È frenetico, alimenta la competizione tra i dipendenti, non credo sia adatto a qualcuno con la tua reputazione». Pietro sgranò gli occhi in un impeto di incredulità a cui il coach non credette neanche per un istante. «Coach, non ha letto il mio curriculum?», chiese ironico, «Disponibile, solerte», afferrò i fogli e indicò un punto preciso, «Competitivo». Il coach piegò la testa di lato, lo sguardo serissimo, mentre Pietro proruppe in una risata. «Non mi dica che solo le aziende possono sparare cazzate, coach». Pietro si asciugò il sudore sulla fronte provocato dalle risate. «Poi, deve ammettere che non c’è un’azienda che possa mettere in dubbio il fatto che sono un lavoratore modello». «Devo ammettere che nascondi bene i tuoi inganni», il coach si lasciò andare a un sorrisetto. Pietro sorrise a sua volta, con sguardo trionfante. «Come dice lei, una buona reputazione lavorativa è…». Il coach scosse la testa, divertito. «Un valore essenziale».