
Quot Homines è una rivista nata per sostenere l’espressione in tutte le sue forme. Noi ci chiediamo, l’hip hop cosa intende esprimere?
La cultura hip hop da’ la possibilità di esprimerti con varie forme espressive, questa è la cosa interessante. All’interno del nostro movimento ci sono quattro discipline, che sono quelle basilari, poi ci sono varie evoluzioni della definizione che vi sto dando. Sono interessanti in quanto forme di espressione differenti che appartengono al nostro corpo: c’è l’espressione verbale che è quella della musica rap, c’è quella visuale, quella più artistica, che sono i graffiti, poi c’è l’espressione del corpo che è la danza, il breaking, infine, c’è il DJing che usa i giradischi come veri e propri strumenti musicali. Sono opportunità che ci da’ l’hip hop, poi ogni persona usa queste forme di espressione come contenitore e ci mette quello che vuole. La musica rap, che è la parte che arriva di più in quanto usa direttamente la parola, non ha confine. Le canzoni rap sono di solito associate alla rabbia, alla sofferenza o alla protesta ma posso assicurarvi che c’è di tutto. Vi posso dire che se avrete la pazienza di esplorare, potrete trovare all’interno di questo genere musicale qualsiasi cosa: dalle canzoni d’amore, alle canzoni di protesta, alle canzoni frivole fino a quelle politiche; quindi è una forma d’espressione davvero senza limiti. Tutto questo nasce negli Stati Uniti, verso la fine degli anni ‘70, e non è casuale che nasca in un momento storico in cui la comunità afroamericana e latina sentiva proprio la necessità di esprimersi. In un momento in cui erano ghettizzati, quindi messi in un angolo dalla società, volevano farsi ascoltare, volevano farsi sentire. Quello che vi sto raccontando è una storia che esiste, ormai storicizzata. Nasce anche molto dal voler competere tra artisti, quindi tra persone che sanno usare la parola. Quello che facciamo noi con il rap o il freestyle non è molto differente da chi si sfida con la poesia, con il dibattito, nel breaking è la stessa cosa. La competizione, la sfida di breaking, non è differente da altre sfide di danza. Uso spesso la parola “sfida” perché è una componente all'interno del nostro movimento che non è associata a qualcosa di negativo, è invece positiva perché attraverso questa possiamo incanalare la nostra rabbia che, anziché esprimersi in violenza o in qualcosa di fisico, si trasforma in arte e creatività. La magia è proprio quella. Io porto questo strumento nelle scuole, nei centri culturali ormai da tanti anni. Parallelamente alla mia attività da rapper, io sono, per lavoro, principalmente un educatore. Con la cultura hip hop spiego proprio questo, portando la mia testimonianza. Quando da piccolo mi sentivo frustrato, incompreso, o anche felice e volevo esprimere questa mia felicità, avevo l’opportunità di usare l’hip hop, quindi piano piano ho iniziato ad interiorizzarla.

Perché è presente così tanta cultura, intesa come citazioni a fatti storici, citazioni letterarie, opinioni su vicende sociali e spesso inerenti al sistema politico, anche italiano, nella musica rap?
Da piccolo mi ricordo che ascoltai i Public Enemy, un gruppo americano, che in una canzone citava Malcolm X. Io non conoscevo Malcolm X e iniziai dunque a documentarmi. Da lì, quella canzone dei Public Enemy, mi ispirò e quando iniziai a rappare cercai di dare indietro quella lezione che avevo ricevuto. Tra le mie canzoni, si può citare “La prossima volta il fuoco”. Il titolo è una citazione di un libro di James Baldwin, un autore afroamericano che mi aveva molto colpito, tanto che decisi di usarlo come titolo di una canzone.
All'interno di “La prossima volta il fuoco” io faccio un elenco dei personaggi storici legati alla lotta al razzismo, da Rosa Parks, a Martin Luther King, a Malcolm X, che mi avevano ispirato da quando ero piccolo.
Ho voluto inserirli in una canzone, proprio per far arrivare questo brano agli ascoltatori più giovani e sensibilizzarli. Cercare di fare con i miei ascoltatori, la stessa cosa che era successa con me con i Public Enemy.
Questo è uno dei motivi, ma è molto più ampia la questione. Quando noi scriviamo, spesso citiamo, quindi, io dico ad esempio “faccio questa cosa come Pasolini” o “faccio questa cosa come Dante Alighieri". È quasi un “trick”, all'interno della nostra forma di scrittura, prendere una citazione e usare le metafore. È una forma di scrittura molto ricca, perché l'abilità di un rapper è anche quella: raccontare ciò che gli sta succedendo intorno, inserendo nelle sue canzoni, dei libri che ha letto, una notizia che ha sentito, e riportarle sempre all'interno della narrazione, tutto questo per trasmettere all'ascoltatore un certo tipo di messaggio o un certo tipo di emozione. Quindi è come se il rap prendesse cose che già esistono e le reinterpretasse in qualche modo mettendole in rima, perché alla fine il nostro gioco è quello di fare le rime.

Dall'underground urbano a quello intellettuale,
Amir Issaa
Amir Issaa è una figura di rilievo della scena hip-hop italiana. Nasce come rapper nella scena romana per poi passare al campo dell'educazione portando l'hip-hop nelle scuole.
Quanto è importante il fattore underground affinché un artista riesca a mantenere puro il messaggio dell'hip hop? Pensi che l'artista anche una volta diventato mainstream possa mantenere lo stesso messaggio?
Allora, questa domanda, ovviamente lo dico in modo provocatorio, è la solita domanda che fa chi non è all'interno del nostro mondo, perché è un grande stereotipo. Lo stereotipo è che il rapper underground è libero di dire quello che vuole e se invece diventa mainstream, come dicono tanti, le major gli scrivono i testi oppure gli dicono “non devi dire questa cosa…”, in realtà questa è una leggenda urbana. È normale che se io decidessi di fare della musica il mio lavoro, dovrò arrivare ad un pubblico ampio e quindi trovare un compromesso tra quello che è il mio modo di fare il rap e quello che può piacere al pubblico. Quindi, qui entra in gioco un fattore fondamentale. In ogni forma d'arte c'è un momento in cui l'artista si esprime perché vuole dire qualcosa che nasce da un istinto, e c'è un altro momento in cui l'artista vuole vivere della sua arte. Nel momento in cui vuoi renderlo un lavoro, troverai un compromesso tra quello che piace fare a te e quello che piace al pubblico. Ci sono dei trend che funzionano, che vanno in un certo periodo, è normale. Un rapper di oggi che vuole andare a Sanremo è ovvio che non farà una canzone piena di parolacce o senza ritornello con 5 minuti di strofa.
Quando ero più piccolo e facevo rap, avevo solo l’ambizione di essere rispettato dagli altri rapper e di esprimermi. Non mi preoccupavo di fare ritornelli orecchiabili, non mi preoccupavo di scrivere canzoni che potessero capire tutti. Usavo più slang, usavo il dialetto romanesco e poi c'è stato un momento in cui sono cresciuto ed ho iniziato a capire che nella vita volevo fare il rapper 24 ore su 24, volevo svegliarmi la mattina, andare in studio e pubblicare i dischi. È normale che io abbia dovuto agire in un altro modo, che abbia dovuto cercare di fare delle canzoni per le radio, orecchiabili, però c'è una libertà, sia di espressione che di intento.
Quindi c'è sempre un po' questo stereotipo: il rapper underground che è duro e puro, non si vende al mercato e quello che invece sta in classifica, è qualcuno che ha svenduto la sua arte. Io penso che ci siano canzoni molto belle sia nell'underground che nel mainstream. Ci sono dei pezzi di Fabri Fibra, che è un artista tra i più ascoltati in Italia, che hanno venduto centinaia di migliaia di copie e dicono tante cose interessanti. Invece ci sono canzoni, prendo l'altra faccia della medaglia, di rapper underground dove non dicono niente di interessante e fanno solamente esercizi stilistici. Non è detto che tutte le canzoni di rap underground siano per forza profonde e quelle mainstream siano tutte stupide.
Ti mancano gli inizi quando ancora non ti conosceva nessuno, in cui c'era fame di voler essere rispettato?
Allora, devo dirti la verità, io negli ultimi anni pubblicavo un po' meno perché volevo vivere le esperienze per dire qualcosa. Quando ero piccolo avevo una fame che era proprio la voglia di farmi sentire, di farmi ascoltare e anche proprio di diventare conosciuto, ma non per essere famoso bensì per far ascoltare la mia musica a più persone possibile.
Non ti nascondo che avendo pubblicato tanti dischi negli ultimi anni ci sono stati dei momenti in cui sentivo che non avevo nulla da dire, allora quando è arrivato quel momento, mi sono fermato ed ho trovato un altro modo per vivere. Ho pubblicato 4 libri, quindi il mio lavoro è stato più legato alla didattica e lì ho vissuto delle esperienze, poi, nel momento in cui mi sono sentito pronto, ho pubblicato un altro disco che è uscito a febbraio di quest'anno, di cui “La prossima volta il fuoco”, che citavo prima, è la title track. È un disco comunque profondo, è un disco politico, è un disco con dei messaggi forti. Però per scrivere quel disco ci ho messo almeno 3-4 anni di esperienze, viaggi, ho incontrato tante persone, ho letto libri…
A volte mi manca quella voglia di prendere la penna e di getto buttare giù delle rime, ma quando continui così poi è difficile inventarsi qualcosa di nuovo. Spesso scrivo, rileggo e dico: “ma io questa cosa l'ho già detta, questa parola l'ho già usata”… e allora lì è un bel gioco cercare ispirazione, ed è un buon esercizio cercarla dalla lettura di un libro o dalla visione di un film.
Per esempio quando ascolto Marracash riconosco una grande bravura, perché riesce a scrivere delle canzoni comprensibili che a volte vanno in radio, è un artista mainstream, però si percepisce un lessico ricercato.
Poi ce ne sono altri che hanno un linguaggio basilare e che sono ascoltatissimi dai giovani di oggi, ad esempio Baby Gang, Simba La Rue, rapper molto rabbiosi, scrivono canzoni che a volte esprimono anche il disagio legato alla razzializzazione però se dovessi analizzare a livello lessicale, tecnico sono canzoni molto carenti ma che comunque arrivano. Lì c’è da comprendere qual è l’obiettivo. Non è detto che se una canzone sia semplice, allora non sia valida.
Secondo me arrivano dei momenti in cui la sovrapproduzione comunque ti danneggia ma viviamo un momento storico in cui è difficile essere invisibile, e qui entra in gioco l'algoritmo dei social media: per essere sempre visibile devi essere costante nella pubblicazione. Io sono cresciuto negli anni novanta in cui facevi un album, lo pubblicavi e non sapevi nemmeno come arrivava agli altri, però lo ascoltavano. Quindi credo che questa sovrapproduzione possa limitare la qualità che porti nelle canzoni.
Nelle tue canzoni parli spesso dell'Italia e dei problemi che l’affliggono. Come sogni l'Italia?
Io penso ad un'Italia contemporanea, legata, nel mio caso, a qualcosa che può essere considerato un'Italia multi-culturale, che includa diversità di gusti sessuali, la diversità culturale, tutto quello che intorno a noi esiste già, però vedo che la società sta andando in una direzione e l'altra parte (politica e mediatica), tende a voler farci tornare indietro attaccandoci a un’identità fatta di nazionalismo, qualcosa che non mi appartiene.
Penso che il futuro sia già tra noi, solo che spesso fatica ad emergere perché ostacolato dalla narrazione mediatica e sociale che associa la diversità sempre a qualcosa di negativo e questo influenza le persone.
Se ci mettessimo ad ascoltare il programma alle 4 di pomeriggio su canale 5 o apriamo un quotidiano, credendo ciecamente a quello che leggiamo e ascoltiamo, dovremmo avere paura di uscire di casa la sera o di incontrare una persona che è diversa da noi.
Penso, dunque, che l'Italia del futuro stia già arrivando e il lavoro che faccio nelle scuole me lo comunica giorno dopo giorno.

Secondo te un movimento underground come può essere l’hip hop, può esistere anche in situazioni provinciali, nei piccoli paesi, ad esempio Osimo (dove si è svolta la Foundation Jam di cui potete vedere le foto nell’articolo) o c’è bisogno di una grande città con altrettanto grandi problemi?
Hai fatto bene a citare Osimo, quando ero piccolo vivevo a Roma e in quel periodo storico già venivano writer da fuori, uno in particolare che si chiama Damage che è proprio di Ancona. Lui è stato uno di quelli che ha contribuito alla realizzazione della prima metropolitana di Roma con dei graffiti. La scena hip hop in Italia si è sviluppata tantissimo nel ’90 nelle province italiane, storicamente tantissimi artisti breaker, writer, rapper non venivano da città importanti… Fibra, è di Senigallia, ma potrei citarvi anche Stritti che ha organizzato la Foundation Jam. Stritti è un personaggio importante della scena hip hop italiana soprattutto legato al breaking e comunque è cresciuto in Italia ancora prima dell’evoluzione finale dell’hip hop, quindi verso gli anni 80, e gente come lui era già super esperta, erano molto avanti, quindi veramente un coach unico.
In qualunque provincia, se ci fate caso, in qualunque stazione di qualunque luogo ci sono graffiti, anche brutti, anche approssimativi ma ci sono. Di rapper ne esistono ormai molti in Italia e non vengono tutti da Roma o da Milano, poi è vero che ci sono città dove trovi più opportunità.
Quando porto nelle scuole il libro “Rap in Classe” faccio questo esercizio: visto che ci sono tanti ragazzi che non hanno origini italiane, gli chiedo di farmi sentire il rap del paese dei loro genitori, ho sentito canzoni del Pakistan, della Jugoslavia, del Bangladesh e molte altre nazioni e posso assicurarti che in ogni nazione e provincia ci sono dei rapper, quello dell’hip hop è un linguaggio globale.
Che messaggio senti di voler lasciare ai giovani?
Un messaggio che vorrei trasmettere proviene da quello che l’hip hop ha lasciato a me: cercare di esprimersi e lasciare un segno, non tenersi le cose dentro, soprattutto le nostre emozioni negative. A me, queste, hanno danneggiato per tanti anni perché quando ero in fase adolescenziale avevo mio papà detenuto, quindi un'esperienza familiare un po' difficile ma ci sono anche tanti ragazzi che hanno famiglie apparentemente modello, che però ti lasciano dentro un fardello e in quel caso esprimerti, sfogarti in qualche modo, potrebbe farti stare meglio.
Sfogarti non con la violenza fisica ma con qualche forma d'arte. Credo molto in quello che è l'arte-terapia, nel mio caso sono stati graffiti per un'altra persona può essere la scrittura, per un'altra ancora può essere dipingere quadri, usare l’arte a scopo terapeutico. Io con il rap ho fatto quello che si fa con uno psicanalista, mi mettevo davanti a un foglio e scrivevo, tiravo fuori tutto quello che avevo dentro, sentendomi più leggero.
Questo è il mio messaggio: tirate fuori ciò che avete dentro, non abbiate paura di quello che pensano gli altri.