
A letto, la catastrofe,
Matteo
Borse sotto agli occhi: ci sono.
Mesto cubicolo urbano: è dove ci troviamo.
Anidride carbonica: c’è.
Fetore stantio: c’è.
Senso critico: nebuloso.
Tenebra fitta timidamente e lievemente interrotta dal riflesso su un volto da parte di un
dispositivo telefonico: eccolo.
Murakami: no.
Arachidi sparse per terra: certamente.
Addetto alla selezione del personale: si intravede.
Musicista: più o meno.
Aria con la stessa consistenza della colla: c’è.
Calzini sporchi: un modesto quantitativo.
Sono sparpagliati come ed insieme alle arachidi: si.
Catastrofe: arriva.
Masticando la saliva pesante sto elucubrando sull'espressione tempo libero. Cosa lo rende tale? Un tempo che è libero. Il non imparare/guadagnare niente in una circoscritta misura temporale? Perché se è così merito un riconoscimento essendone un azionista esperto.
Ho sempre fatto questo a tempo pieno, vagare nella stanza a tempo pieno (approfittando del mecenatismo dei miei genitori e schivando le responsabilità da cui ne conseguono, responsabilità perlomeno da me percepite e mai rinvangate nel nostro rapporto: col sorriso genitoriale più accondiscendente hanno sempre accolto la mia condizione, nonostante i miei primi peli bianchi sulla barba e una postura sempre meno giovanile, gravando così però di nuovo lì, sulle mie responsabilità perché comunque sono mie, anzi, mi si caricano sulle spalle come un masso da trascinare su una montagna che aumenta di proporzioni parallelamente ai progressi nel percorso, sento quell' espressione sorniona pitchata verso il basso, a suon di va tutto bene rimarca solo l'ovvio. Non va tutto bene) con l'unica preoccupazione di pensare, fruire a tempo pieno. E una catastrofe imminente. Ogni cosa ha una fine, anche LinkedIn.
Eccolo, post paranoie, dopo aver percorso chilometri immaginando realtà alternative dove non posso perdere, dove il tempo libero non è il frammento tra una retribuzione e l'altra, dove perdere non si ripercuote su di te come una roccia calcarea rotolandoti da una montagna, sono a letto. Quando finalmente chiudevo gli occhi, tornava sempre lo stesso sogno.
Era lui, De André. Lo vedevo seduto su uno sgabello di legno al buio, nel nulla, circondato da una luce giallastra, quasi eterea, come se si fosse appena svegliato da un sonno millenario. Gli occhi insondabili però profondi e fissi su di me. Cantava qualcosa, un Largo di Palestrina ma dodecafonico. Man mano che lo stridore tra i semitoni avanzava un manto blu elettrico mischiato ad un liquido violaceo si insinuava trai suoi orifizi, nello spazio tra l'unghia e la carne, avvolgeva i bulbi, riempiva la cute, le stempiature. Poi succedeva: si cagava addosso. Una volta. Due volte fracassando come un tuono. Il rumore, l'odore immaginario di quel disastro mi svegliava per un istante, ma non riuscivo a scappare. Da dietro si apre una porta e vedo una sagoma, è irriconoscibile però riesco a notare che ha delle mutande indossate sopra i pantaloni, un mantello e una V scolpita al centro della maglietta. Faber nel frattempo si trasformava, lentamente contorcendosi colando bava tra spasmi e dolori, urlava. Un sottofondo di voci ed interruzioni radio ipnotiche e confuse accompagnava lo scricchiolio delle sue ossa, assumeva pose inumane, i denti gli si disintegravano e piangeva. Un binocolo nero, diventava un binocolo nero e lucido che puntava direttamente verso di me. E ogni volta che provavo a usarlo, non vedevo nulla se non la sagoma con la V in petto per un millisecondo seguito dal buio. Solo buio. Ero cieco.
Il caldo confortevole delle coperte è stato il 90% del contenuto delle mie giornate, applicato a quella nauseante consapevolezza di poterlo percepire mi ha abituato ad un perenne stato di ricerca di accoglienza. Rintracciare ogni refolo del corpo per farlo matchare col famigliare tepore delle coperte procrastinando all'estremo la colata dimensionale di realtà è un atto che equivale sia al dolore che al concetto di morte. Apro gli occhi. La libreria è sempre nello stesso posto, il computer pure, il dobro è di fianco alla mensola e non si muove da due anni, ormai ha preso la stessa forma di un raffinato prompt da interior designer. L'obiettivo è scomodare questa rigida legge dell'esistenza secondo cui ad ogni stato di estensione ne consegue uno di contrazione, scavallare le lenzuola dalla mia sagoma e poi il programma sarà lo stesso di ieri. Allora qual è il senso di compiere qualcosa? Che senso ha compiere qualcosa sapendo che arriverà una catastrofe? Passare il tempo nei siti di ricerca lavoro? Nel momento in cui si muore giustificatemi il senso della conseguente contrazione. Le domande seppur compresse in pochi secondi (perlomeno in base al sistema metrico temporale che si usa fuori dal perimetro del mio letto) stanno riempiendo il vuoto abissale di questi nove metri quadrati quindi posso già sottrarre una porzione in meno al mio personale ciclo di veglia. Porsi dei quesiti e non elaborarli è la pratica più vivace che si possa fare: la si lascia lì, senza significato, senza aspettarsi nulla, abbiamo buttato l’unico osso che casualmente avessimo tra le mani, dare in pasto al linguaggio, dato in pasto ad una implosione psichica effimera destinata a sfilettarsi nel nulla e non tornare mai più, se tornasse sapremmo rimbalzarla con una nuova domanda e nel frattempo saremmo ancora qui, a letto. Dovrei chiedermi il perché del supereroe (come potrei chiamarlo? Vuperman?) con la V nel petto ma forse sono troppo immaturo e anche ammesso trovassi una risposta cosa me ne farei? La catastrofe è ormai imminente.
La catastrofe
Non ne sapevo nulla della catastrofe, non ho la sensibilità adatta per informarmi sulla catastrofe, però ne ero costantemente aggiornato grazie alle notifiche sul display. Certamente era sufficiente un click per accedere all’articolo ma mi bastava leggere il titolo, altre volte il layout mi permetteva di leggerne solo metà e nonostante questo l’allarmismo di quelle parole era così alto che era difficile non notarlo. Collettivamente sapevamo che, che si abbia un lavoro o meno, ogni cosa sarebbe stata a un gradino in meno dalla fine, la stessa carta su cui scrivevamo sarebbe stata la risma di fogli sparita nel buco nero. Comunque una testimonianza, no?
Libri per bambini: invecchiati in una mensoletta.
Il cestino: sovraffollato di fazzoletti sporchi.
Vuperman: dei sentori.
Diversi cromatismi di nero nell’ aria: si.
Immobilismo: perpetuo.
Corvi digitalizzati: può darsi.
Il dobro: non pervenuto.
Immobilismo perpetuo: c’è.
Classicismo: non molto.
Il secondo album di Taylor Swift: mensola.
Briciole di sottomarche di snack: comodino.
Libri: comodino.
++ECATOMBE DISTRUTTIVA FINALE, INTERROMPETE QUALSIASI ATTIVITA’ A LUNGO TERMINE OPPURE NO++
È facile prevedere il delirio che possono generare notizie del genere, I forum online erano intasati da troll, il caos si stava effondendo ovunque ma nessuno invocava un salvatore, nonostante l’iniezione mediatica marvelistica. Gli idoli, lo zeitgeist del tempo, i genitori e il lavoro, i cantautori iconoclasticamente si scrostano dal loro trono fin quando un recruiter non li contatta per avvisarli che è finita. Il volto prestato al brand della vita sta chiudendo i battenti. Arresto forzato per Lina Wertmuller, Julia Wolfe e Moresco, dismessa pure la panchina dove Saviano e la famiglia Wayans volevano presenziare. L’unica soluzione in questi casi è correre ai ripari, ma quali? Qualsiasi meme su Chuck Norris o la potenza immaginifica di un Peppino Di Capri addirittura non potrebbero farci nulla, anche questi verranno inglobati nell’insieme universo del trapasso condito. L’ebollizione nell’aria faceva presagire che qualcosa si stava muovendo, a un certo punto tutto sembrava andare più veloce, il tabacco essiccava visibilmente, il vento suonava ad un registro molto più acuto del solito. Nemmeno le sette religiose diventano attrattive dinnanzi a La catastrofe: avere o non avere un lavoro comunque il trucido disgusto di verde speranza nonché guscio protettivo di ogni dogma e guru del trading online cozzava con la seducente immobilità mortale. Gustarsi, fruire, la percezione regalata dall’approssimarsi alla fine, contratto quindi nel salivare del piegarsi del tempo era un film da guardare in prima fila, laddove il regista sputava i propri guizzi un prolasso di frame si vomitavano in gola spingendo le bpm, un profilo LinkedIn che cresce sempre di più, una coppia da vita a un bambino, l’uomo una volta cresciuto rientra nel ventre materno. Esacerbando la quantità ,infinitamente veloce, ogni microbo muoveva, spostava, combinava invertendo l’ordine cronologico delle cose, del sangue, le strutture, montacarichi, persone spingevano così veloce inversi contrapponendosi da sembrare sazi, statici, immobili e le copertine dei libri si accartocciavano. Le corde del dobro sembravano sfiorate da un arco sfilettato. La pelle s’imbruniva. Crateri. Schifo. Merda. Lampi. Voci, occhi, luce, buio.
“Chi sei?”
“Vikram”
“Quale Vikram?”
Monumentale e profetico, con un costume da Vuperman del discount. Ogni impercettibile gesto ruggiva pesantezza e calore. Nonostante l’ambiente assiderato e asciutto il suo mantello nei lembi danzava, formava geometrie e ne lasciava il passaggio. Il corpo aveva una figura- contorno trasparente che ne ricalcava i passaggi, splendendo dall'interno mi permetteva di guardarlo meglio al buio: ha un sorriso inumano e immobile. L’ eccessiva presenza di denti, l’ampio lapideo arco della sua bocca mi fissava. E così rispose. “Sono un recruiter. L’ascia del tempo sotterrata dagli antenati è cresciuta ed oggi è un aborto. Abbiamo una posizione per una figura in campo assicurativo, ci chiedevamo se fossi disponibile ad un incontro conoscitivo con noi.”
Scompare.
Rimane solo uno scampolo di stoffa con su inciso:
hai coricato tutti gli arnesi sotto le coperte del letto in un punto definito ma non decodificato
della vita osservando poi tutti i fenomeni scorrergli in contorno costeggiando così il percorso
da esaurire delimitato da un punto A e B tuttavia non decodificato a cui ti sei riferito
precedentemente con meta in questo modo dunque nonostante comunque hai appreso una
nuova misura del tempo consumandosi progressivamente in una sinusoide che ti separa e/o
avvicina dal letto insopportabilmente reale come un buco nero e preciso quindi ti sei trovato
in un parcheggio vuoto immenso desertico dove per quanto la narrazione sia al passato è
stato tutto nuovo sentendo nella lentezza la nuova velocità e il vacante è stato pieno e gli
arnesi ormai un lontano ricordo incastonato sotto le coperte hai scoperto un nuovo
paradigma o perlomeno è fiorito un senso di ricerca data la dispensa sconfinata di
possibilità ed a penetrarla si concentra la nuova massa critica di passione o di vita a sua
volta però claudicante di un gotico calcaree non del tutto quindi roseo e cristallino perciò è
successo che nella coltre del parcheggio sono apparsi degli strumenti o utensili comunque
non decodificati e tu in un gesto fumogeno li hai afferrati
instagram artista: @lettonelbardo