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Lo starnuto,

Antonio



Una volta avevo un amico piromane, Filippo. Filippo diceva sempre: “anche Dio è un piromane perché ha creato il big bang, un’esplosione di fuoco, nato tutto da una piccola scintilla proprio come l’esplosione di luce del fiammifero che ha incendiato casa mia. È impensabile come un bastoncino di legno possa abbattere una casa e ridurla in cenere. Il fuoco è la testimonianza più democratica che esiste ma tutti lo evitano, tutti lo demonizzano. Il fuoco e l’inferno infatti hanno accezioni negative però la cenere è rinascita. Ed è allora grazie al fuoco che possiamo rinascere e creare un domani migliore”. Io e Filippo facevamo lunghe passeggiate in campagna, passando per sentieri fatti di sterpaglie secche, spesso durante giornate afose e si chiedeva, durante l’alternarsi dei passi, se ci potesse essere qualche cosa più calda di quell’aria. Un giorno si fermò e mi fissò con le sue pupille nere e un sorriso mite, sussurrando: “il camino di mia nonna nasconde un segreto… Hai presente il rumore che fanno i peli bruciati della criniera di un cavallo?” Filippo prese fiato, si girò di spalle e iniziò a sbattere fortissimo le mani l’una contro l’altra, con tempo lento, scandito in direzione di una vallata di un verde lontano. Una mandria di cavalli bianchi apparse in lontananza, il rumore degli zoccoli in corsa verso di noi si avvicinava e il fumo prodotto dal contatto con la terra ne faceva apparire altri e poi altri ancora. La velocità era sempre maggiore, così come lo zoccolare scintillante, i cavalli si raddoppiavano, poi quadruplicavano e non intendevano cambiare rotta fino a che la terra sotto di noi non aveva iniziato a vibrare. Di corsa decidemmo di trovare riparo e ci arrampicammo su un grande ulivo. I cavalli erano enormi, sembravano altissimi, i muscoli delle zampe erano marmorei e sentimmo ogni singolo passo che schioccava sul terreno. La polvere era diventata densa e si percepiva nel naso, tanto che sentii Filippo starnutire senza però vederlo fino al momento in cui riuscii a riconoscere prima gli occhi, poi il suo muso e infine la sua sua criniera.