
Io quando fumo uccido mia madre. La soffoco mentre inghiotto il fumo a grandi boccate. La prendo per il collo, la strangolo e ributto fuori la rabbia ridotta in cenere grigia. È un vizio che ho, quello di ucciderla mentre fumo. Di figurarmela morta, lunga distesa sul pavimento o sul divano o sul letto, mentre la guardo e troneggio in un vittorioso silenzio. Il mio dolore ha smesso di parlare da quando ho iniziato a fumare. Non vomito più parole straziate, né tantomeno ordino i miei pensieri. Ci pensa il fumo. Accendo la sigaretta e lascio che la nicotina mi stordisca quanto basta affinché io non possa più percepirmi. Affinché io non debba concatenare un’immagine all’altra, assemblarle secondo il principio di causa ed effetto, e dedurre la sconcertante povertà della mia situazione. È così che la soffoco, che la uccido. Ed è per questo, anche se non lo sapevo, che ho iniziato a fumare.
Comprai il mio primo pacco di sigarette a Sacca Fisola, una sera che trascorsi con i miei amici. Avevo un abito nero che mi fasciava i seni timidi ma abbastanza solidi, e che invece si scampanava come un fiore sui fianchi larghi e le gambe spesse. Calzavo dei sandali neri a punta che mi davano un’aria sofisticata e al tempo stessa cattiva. Ricordo il loro ticchettio echeggiare nella calle mentre arrivai al distributore e pagai.
Comprai un pacco di Winston Blue e all’epoca non sapevo che, ogni volta che avrei fumato, avrei ucciso mia madre. Non avevo ancora esplicitato questa esigenza, questa fantasia. Era soltanto un pacco di Winston Blue che avevo comprato per svagarmi durante un sabato sera altrimenti monotono, al quale io avevo assegnato il ritualistico compito di iniziarmi alla maturità. Ero annoiata dal pantano emotivo dell’adolescenza e ignoravo il malessere che mi si era appiccicato dietro la nuca. Quello stesso malessere che appena l’anno prima mi aveva condotto lì, sconosciuta tra sconosciuti.
Possiedo ancora quel pacchetto di Winston Blue. È vuoto. È il mio piccolo trofeo, la mia foto segnaletica. Lo tengo in bella vista sulla scrivania e ogni tanto ne osservo gli angoli sdruciti. Lo associo ad un momento felice, scevro di ogni rancore; alla tracotanza puerile che prelude all’età della ragione.
Fu così che mi misi a fumare e fu così che, ad ogni sigaretta accesa, io uccidevo mia madre.
All’epoca abitavo in un appartamento al primo piano che affacciava su Strada Nuova, e dalle cui finestre si poteva osservare il via vai di passanti. Spesso mi sporgevo dalla finestra in cucina e lasciavo cadere lo sguardo sulla fiumana di persone che ingombravano la strada e che di tanto in tanto si fermavano ad ammirare qualche vetrina. Ero fiera della mia vita veneziana e ogni giorno ne saggiavo l’estetica: sapevo che da sotto potevano vedermi e questa consapevolezza mi riempiva di soddisfazione. Certe volte mi calavo nei panni di un passante qualsiasi e mi osservavo attraverso di lui, a sollevare gli occhi attenti sulla mia finestra, su, su,
e vedere una ragazza leggermente paffuta aspirare e cacciare il fumo di fuori. Me lo immagino, catturato dalla luce pallida della cucina, a costruire intorno alla mia figura una storia implausibile, oppure a domandarsi quale fortunato tiro di dadi mi abbia portato a vivere lì. Amavo quella casa così angusta, le cui finestre avevano un che di minatorio e di seducente al tempo stesso. Forse è anche per questo che presi il gusto di fumare: per ritrovarmi alla sera a sporgermi da quelle stesse finestre e, come una statua, aspettare che il passante designato sollevasse lo sguardo e rimanesse irretito dalla mia figura. Forse desideravo uscire dalla mia persona e assecondarne la pantomima. Ma ciò che è certo è che quando io fumavo, anche se non lo sapevo, io picchiavo e strangolavo e uccidevo mia madre.
Ci ho pensato più volte, a questa fantasia che si articola nel mio pensiero prima ancora che io possa formularla a parole. Non ho mai immaginato di uccidere mia madre se non in sogno, risvegliandomi con il fiato corto e il volto raggrinzito dalla paura. Non vedo mia madre morta quando fumo, né tantomeno desidero realmente ucciderla. Ciò che so è che quando fumo lei muore. Scompare dal mio pensiero dove altrimenti ristagna come in una latrina. La sua espressione severa si volatizza insieme al fumo e la sua voce si disperde nell’aria torbida della cucina.
Io la uccido, che è un modo più inesatto per dire che ne esorcizzo l’immagine. Fuggo il confronto rimboccandomi il fumo tra i polmoni e lasciandolo danzare tra i bronchi. Ammutolisco e lascio che il sentimento avvizzisca dentro di me. Quando fumo non ho esigenza di parlare, lascio che i miei pensieri si impastino nel mutismo che mi si rapprende in gola. E così, sacrificando mia madre, io ho preso il vizio di fumare.
Non ho mai ritenuto il fumo un’attività sociale, sebbene sia stata un’amica ad introdurmici. Non amo fumare davanti alle persone: ho come il timore di sentirmi nuda. Aspetto che si faccia tardi, che la strada sia inondata dal buio e che la luce della cucina rischiari ad appena qualche metro di distanza l’entrata del ristorante di fronte. Mi siedo sul coperchio liscio della pattumiera, afferro il posacenere, accendo la sigaretta e aspiro. Guardo fuori ogni volta che i miei polmoni si riempiono e guardo fuori ogni volta che ricaccio il fumo, lasciandolo indugiare per qualche attimo in bocca.
È così che ho preso a fumare. Non ho iniziato a farlo per ottenere l’approvazione altrui. Ho iniziato a fumare per seppellire quella smania penosa di uccidere, quel risentimento senza significato che nei momenti più inconsueti si apriva un varco nella mia trachea e mi strozzava come un latrato. Ho iniziato a fumare, e da quel momento assomiglio alle bestie che non possono nulla di fronte al padrone che maneggia la frusta, e che scodinzolano con gli occhi bassi e il muso umido. Fumo perché non si possa sentire il gemito dell’animale castrato, del servo preso a cinghiate. La mia rivincita, il mio personale capriccio.
E quando fumo uccido mia madre.
***
Fumavo. Era notte e non riuscivo a dormire. Era inverno: le finestre si appannavano per l’umidità e nelle strade fischiava un vento ferino. Ero seduta sulla pattumiera e accavallavo le gambe nude mentre con una mano reggevo la sigaretta e con l’altra allungavo l’orlo della maglietta del pigiama. Guardavo fuori e mi lasciavo assorbire dalla nerezza della strada e, dalla mia piccola finestra illuminata, partecipavo a quell’immenso silenzio. Mi girava leggermente la testa e gli occhi erano gonfi e pesanti, ed eppure non riuscivo a dormire. Scalciavo nelle coperte e nascondevo la testa tra due cuscini per ovattare il silenzio della notte. Avevo trascorso una buona mezz’ora in quelle condizioni fino a quando, scoprendomi,
non mi trovai in piedi alla ricerca di un accendino. Volevo fumare? Non credo. Volevo soltanto che il rituale dell’accensione e dell’inspirazione mi cullasse e mi congedasse da quel tedioso dormiveglia. Così mi ero trovata, in piena notte, a fumare nel mio cucinino illuminato e, accavallando le gambe nude sulla pattumiera, a scrutare la strada di fuori. L’idea di essere l’unica sveglia in strada mi confortava. Galleggiavo nella viscosità della notte, con una sola spirale di fumo a sorreggermi per evitarmi il baratro. E guardavo fuori senza ben sapere dove appoggiare il mio sguardo. Guardavo e immaginavo e fingevo e fumavo e dentro di me uccidevo mia madre. La facevo a pezzi e la nascondevo sotto le lenzuola per restituirmi un po’ di pace e andare a dormire. Chissà se si sarebbe sentita uccidere, quella notte. Chissà se anche lei si rigirava tra le lenzuola e di tanto in tanto pensava alla figlia che da lontano le augurava la morte, sciagurata e perduta.
D’un tratto vidi una luce. La finestra della casa di fronte si accese e una sagoma scura uscì e si affacciò al balcone. Si trattava di una ricca casa veneziana, dalle finestre gotiche in pietra e il balconcino sospeso sulla strada, dalle quali si potevano intravedere i contorni degli interni di lusso. Di giorno, guardando al momento giusto, qualche volta avevo intravisto una domestica pulire i pavimenti o i vetri delle finestre. Cercavo senza fortuna di afferrare il suo sguardo: era intenta a lustrare la casa e a quello rivolgeva tutte le sue attenzioni.
Ma non fu la domestica ad uscire sul balcone, quella notte. Era una donna di mezza età, robusta, il cui volto spento era a malapena illuminato dal candore delle finestre. I capelli lisci le cadevano sugli occhi e brillavano di una lucentezza argentea, quella di chi invecchia con dignità. Si era seduta nella rientranza della finestra e accavallava le gambe guardando fuori; la ringhiera del balcone la oscurava parzialmente con i suoi decori arzigogolati. Aveva una sigaretta in bocca: la accese. Il buio si infuocò per un secondo. Iniziò a fumare.
La fissavo. Incollata alla pattumiera, cercavo di sporgermi dalla finestra e di attirare la sua attenzione. Mi avrà visto? Con quel suo sguardo basso, di chi fuma più per abitudine che per altro, fissava la strada e puntava di tanto in tanto gli occhi sulle vetrine spente. Indossava uno scialle e sulle gambe portava una pesante coperta, e fumava. Ispirava per poco e lasciava che il fumo indugiasse un po’ prima di gettarlo verso il basso con le labbra dischiuse. Sembrava che le arcate ogivali la schiacciassero e la costringessero a curvare la schiena, sicché sedeva in una posa scomposta benché elegante. Guardava giù e nemmeno una volta rivolse lo sguardo verso la finestra di fronte, dove una ragazza nella stessa identica poca la stava osservando, fumava e uccideva sua madre.
Chissà chi starà uccidendo, pensai. Forse ha un passato scabroso che cerca di avvelenare col fumo, o un matrimonio con un uomo che non ama. Scossi la testa. Una donna che si alza nel pieno della notte per andare a fumare non può che essere una donna libera, oppure una donna molto sola. Oppure entrambe le cose.
Forse anche lei, come io adesso, starà uccidendo sua madre. Cercavo di rintracciarne i segnali negli occhi sfuggenti, nella schiena curva, nel modo in cui manteneva la sigaretta. La teneva tra le dita e abbassava la mano, lasciando che la fiamma bruciasse la carta e che il fumo si dileguasse nella strada. C’era, in quella posa, una noncuranza flemmatica. Mentre io mi ripassavo la sigaretta da una mano all’altra e inalavo in maniera spasmodica, come se volessi sfidare il fumo, lei si lasciava sconfiggere e guardava davanti a sé. Chissà chi o che cosa starà uccidendo, quale immagine starà facendo a pezzi.
Finii la sigaretta molto prima di lei, ma non mi alzai. Rimasi a fissare fuori finché lei non depose il mozzicone su un piattino, piegò la coperta e, prima di rientrare in casa, si sistemò lo scialle. La luce della cucina era troppo forte per non potermi vedere: erano
semplicemente i suoi occhi che evitavano di guardare nella mia direzione. Non ne capivo il motivo e dentro di me mi risentii. Forse non stava uccidendo nessuno. Forse non aveva bisogno di ricercare in altri quella disperazione che era diventata il mio quotidiano, e che io estinguevo attraverso il fumo. Forse fumava soltanto perché le piaceva, o perché erano passati così tanti anni che ormai non aveva più senso smettere. So soltanto che non ci siamo guardate, e che non si sarebbe posta le mie stesse domande.
Spensi la luce e mi alzai dalla pattumiera. Mi sentivo la testa pesante e avevo una leggera nausea. Aprii la porta, ma non uscii. Rimasi ferma a guardare il corridoio, non riuscivo a tornare a dormire. Dovevo rimanere lì ancora un secondo a sostenere quell’improbabile gara di sguardi. Mi sistemai la maglia per coprire le gambe nude e mi voltai.
La donna mi stava guardando. Aveva approfittato del buio totale per concedersi un’unica, fugace occhiata verso la mia finestra. Mi aveva notato quando si era seduta, ma, intimidita dal confronto, non aveva mai spostato lo sguardo verso di me. Invece adesso mi aveva guardato, sì, mi aveva guardato perché nel buio riuscii ad intravederne le iridi chiare. Iridi chiare e aquiline, un momento prima opache e adesso brillanti come pietra lunare. Iridi violente che si infiammavano di un rancore ignoto e che adesso fissavano me, e che per un attimo mi avevano spogliato di qualsiasi finzione e graffiato con quel chiarore di ghiaccio.
Erano le iridi di mia madre.
Marie
U.S.,
Mariachiara Giglio
Io quando fumo uccido mia madre.
Ricordo con precisione il momento in cui iniziai a fumare. Ero con i miei amici e Alma, che all’epoca lavorava in gelateria e comprava le sigarette, me ne infilò una in bocca e, accendendola, mi disse: fuma. C’era la musica e io stavo preparando la cena per tutti. Erano sigarette lunghe e affusolate, eleganti, che a stento si tenevano tra le dita. Le chiamava «le mie sigarette da puttana» e ne fumava una dopo l’altra durante le cene e le uscite. Non so quando Alma iniziò a fumare, né tantomeno chi o che cosa uccidesse quando fumava. So solo che, nell’ebrezza del momento, non mi tirai indietro e aspirai.
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