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La modella,

Alfio


La società vista dai tuoi occhi


1.

Solo pelle... questa pelle nuda, esposta... tesa fino a spaccarsi... dove finisco io e dove comincia il vuoto?... non vi è alcun limite, non ci sarà... solo il bianco che spinge… spinge dentro gli occhi, dentro la gola... sotto le unghie… nuda... completamente... neanche un’ombra a coprirmi, a farmi da vestito... se ci fosse un’ombra ci sarebbe una luce... ci sarebbe un corpo... ma qui non c’è corpo, c’è solo questa carne che trema... o forse è ferma... impossibile saperlo... il ginocchio al petto... credo sia al petto... sento l’osso del mento che preme contro un altro osso... mio... tutto mio... tutto quel che resta... niente tempo... un secondo?... un secolo?... è la stessa cosa... non c’è un prima, non c’è un dopo... c’è solo questo adesso che non passa, che non si muove... che frigge nelle orecchie come un ronzio di mosca… una mosca morta... lampi bianchi improvvisi... chiudo gli occhi, dentro è rosso... un rosso sporco, viscido... pulsante... allora li riapro... meglio il bianco... no, peggio... il lampo bianco acceca senza spegnere niente… voglio alzarmi... devo alzarmi... qualcuno mi chiede di alzarmi… perché?... per cadere... è l’unica cosa da fare... alzarsi per misurare la caduta... spingo sulle mani... la sinistra, la destra... il ginocchio... l’unico... mi spingo in alto, sfido questo bianco che mi schiaccia... il piede preme sul pavimento liscio... l’anca regge... quella rimasta, la destra... a sinistra, il baratro... sbanda nel nulla, un pendolo impazzito senza peso... ma non c’è nessun pendolo... non c’è niente... sono a metà... un tronco sbilanciato... un albero amputato per il lungo... guardo in giù, ma c’è solo il riflesso di questo candore malato... non serve guardare, la carne lo sa... sento il punto esatto dove l’osso finisce nel vuoto... dove il bacino è stato segato... spaccato... asportato... raschiato via... via l’anca, via l’ileo, via l’ischio... via la gamba intera... una voragine ricucita... tasto la cicatrice... le dita scivolano sull’addome… s’infossano nelle pieghe della carne... dove dovrebbe esserci la curva del fianco, c’è una pendenza brusca... la pelle è stata tirata fino allo spasmo per coprire la cavità... cucita stretta dalla pancia fino a quella che era la schiena, passando per l’inguine mutilato... un cordone duro, un rammendo spesso, nodoso... un sacco di carne chiuso in fretta per non far srotolare fuori l’utero... sempre se vi è ancora utero… cerco l’equilibrio... il baricentro... quale baricentro?... è perso… sradicato... la caviglia superstite scricchiola... vibra... brucia sotto un carico per cui non è stata progettata... un fenicottero osceno e tremante in mezzo al niente... manca il contrappeso... manca un intero pezzo di mondo sotto di me... provo a raddrizzare la colonna vertebrale... la carne tira sulla cicatrice... tira fino a strapparsi... un dolore bianco, freddo... identico a questa stanza... il fianco vuoto pende... sbilenco… com’è possibile che il vuoto pesi più della materia?... pesa... oh, se pesa... mi trascina a sinistra... sento i muscoli della schiena che spasmano, si contraggono a destra per non farmi crollare... una fune tesa sul punto di spezzarsi... le braccia annaspano... mulinano in questo niente denso... cercano uno spigolo... un muro... un appiglio d’aria… una stampella... niente… solo io... la mia mezza pelvi... e l’attrazione gravitazionale di un pianeta invisibile... oscillo… il tallone sinistro formicola... mi prudono le dita del piede sinistro... l’arto fantasma urla... mi ordina di poggiare la pianta per fermare l’oscillazione... per salvarmi... il cervello comanda… appoggia la gamba... io obbedisco... poggio il piede sinistro sul bianco... poggio la carne morta... l’osso incenerito... chissà dove... poggio sul nulla... e cado... crollo a sinistra... uno schianto sordo, grottesco... la cicatrice sbatte contro la superficie spietata... un lampo di nausea mi risale la gola... di nuovo a terra... di nuovo asimmetrica... sento il freddo sulla cicatrice... su questo groviglio di pelle insensibile… grumosa... provo a strisciare... ma non si può strisciare dritti quando si è difettosi alla radice... mi spingo in avanti e il corpo devia... devia sempre a sinistra… si gira in tondo... come un insetto... a cui hanno strappato metà delle zampe... un giro cieco nel bianco... gira... gira ancora... e poi ancora… poi ancora… ancora… fermati... non posso fermarmi... mi sembra di vedere una sedia... il bianco continua a premere... torsione della colonna… il moncone che fa perno sul nulla… ma non vi è alcun moncone... e ora la vedo ancora... una sedia… bianca... quattro gambe sottili... un sedile piatto... un miraggio solido nel deserto del candore... saltello… cado… striscio... un braccio... il ginocchio rimasto... il fianco sventrato che raschia... arrivo... allungo la mano destra... la afferro... è fredda... provo a issarmi... spingo sul piede destro... le dita si aggrappano allo schienale... la cicatrice urla... tira... minaccia di aprirsi… vomitare quel che resta di me… ma continuo... devo sedermi... l’equilibrio è lassù... su quel pezzo di legno... mi siedo... o credo di farlo... mi poggio... metto giù il gluteo destro... la parte di bacino che ho salvato... sento il supporto... un sollievo... cerco di poggiare anche la sinistra... lascio andare il peso... ma a sinistra non c’è carne... non c’è osso... c’è solo la cavità della pelvi rimossa... il rammendo grumoso che pende... lo sbilanciamento è immediato... violento... cado nel vuoto che mi porto dentro... la sedia, sotto di me... è una trappola... mi poggio a metà... e l’altra metà è un precipizio... scivolo a sinistra, ineluttabilmente... ma non voglio tornare a terra... no... non di nuovo... mi artiglio... la mano destra afferra lo schienale con una forza disperata... le nocche bianche quanto la stanza... il busto si piega... si contorce in un angolo innaturale... per contrastare la gravità del nulla... la colonna vertebrale si curva fin quasi a spezzarsi... sono seduta e sto cadendo... nello stesso momento... in bilico sul bordo di me stessa... la gamba destra è tesa... il piede preme sul pavimento... ma non basta... sento la parte mancante spingere verso il basso... un peso invisibile che mi trascina nel bara- tro... sento l’aria fredda passare dove non dovrebbe esserci aria... sotto la cicatrice tirata allo spasmo... oscillo ancora... tesa, dolorante, un rammendo di carne appeso a un pezzo di legno... in attesa che la sedia stessa decida di crollare sotto il peso del mio difetto… aspetto... il bianco guarda... aspetto ancora... e poi ancora... ancora... basta... le dita mollano lo schienale... i muscoli della schiena... cedono... esausti di lottare contro il niente… forse la sedia è un inganno... stare in bilico qui sopra... è esattamente come stare in piedi... la stessa identica fatica... lo stesso vuoto che mi mastica il fianco sinistro... lo stesso dolore freddo che tira la cicatrice... sedersi non è riposare... è solo cadere più lentamente... dunque mi alzo... spingo sul piede destro... il ginocchio scricchiola… l’anca superstite fa perno... il busto si issa di nuovo nel candore... eccomi... di nuovo verticale... di nuovo un tronco spezzato... in cerca di un centro che è andato perduto... oscillo ancora... mulinello le braccia... sto per crollare... allora mi risiedo... lascio cadere la carne a destra... l’osso batte sul sedile... il fianco vuoto pende nel precipizio... la mano si artiglia allo schienale... cado a sinistra... mi tengo... è insopportabile… mi rialzo... un passo falso nel vuoto... mi risiedo... il baratro che tira... mi rialzo... mi risiedo... mi rialzo… mi risiedo… mi rialzo… mi risiedo… mi rialzo… mi risiedo… mi rialzo… mi risiedo... e poi ancora... poi ancora… ancora... ancora spingere in alto... e poi ancora lasciarsi cadere in basso... su ancora... giù ancora... la gamba che si tende... la pelle rammendata che si stringe… il sedile che accoglie la metà... il nulla che reclama il resto... alzarsi... sedersi... alzarsi... sedersi… e stancarsi del vuoto… senza fine... senza tempo... si continua così... non si può fare altro... alzarsi… sedersi... alzarsi... sedersi… alzarsi… sedersi… alzarsi… sedersi… alzarsi… sedersi… alzarsi… sedersi… alzarsi… sedersi… alzarsi… sedersi… alzarsi… sedersi… mezza me... nel cerchio... per sempre. 

2. 

Pare sia giunto il mio turno di parlare… non so ben ridire come sia giunta qui… sento solo prurito… prurito secco… no... un fuoco... lì... dove non c’è... lì... sul moncone... su ogni moncone... prorre... non so grattare... non ho niente per grattare... ho il bacino... io finisco al bacino... lo dico... lo so... ma il prurito lo sento... è lì… è qui... un prurito che grida… guardo giù... solo bianco... un’assenza di colore... un’assenza di fondo... è dove dovrei avere i piedi... ma i piedi non ci sono... ho la macchina... la macchina mi circonda... mi abbraccia… un abbraccio di metallo... freddo... duro... mi tiene... mi morde... mi blocca... come una morsa... una sedia mi stringe... mi deforma... sono un pacco... un carico… i capelli tirano... un dolore sordo... qualcosa li tiene... su, in alto... non vedo cosa... un uncino?... una mano?... ma io non ho mani... non sento mani… non vedo nient’altro che il bianco sotto... tutto il resto è macchina... fredda... prurito ancora… e dolore ai capelli… qualcosa mi è stato infilato... me ne accorgo... lo sento... protesi... gambe di plastica... piedi di gomma... mani di plastica dura... sintetica... hanno messo la mano dove non c’era più mano... ma non è la mia mano... non obbedisce... è solo un pezzo… sono un assemblaggio... quella che sembra essere una sedia... è la mia pelle... la mia carne... sono stata montata... e ora sono qui... a penzolare... a prorre… a non grattare... ma solo a sentire il prurito... a guardare il bianco… a guardare il bianco… a guardare il bianco… a guardare il bianco… a guardare il bianco... a guardare il bianco… a guardare il bianco… a guardare il bianco… e ora qualcosa si muove sotto… si muove sopra... metallo freddo... rumore secco... prurito ancora… un braccio... di ferro... di plastica dura... esce dal bianco... mi porge un cerchio... un cerchio lucido... un cerchio graffiato... mi guardo… per la prima volta… vedo un volto... volto pallido... di donna... biondo cenere... capelli sempre più tirati indietro... legati… una maschera bianca... di plastica dura... un supporto per la testa... mi stringe la mandibola... mi morde la bocca... occhi sbarrati... fissi... indosso un tailleur grigio… o forse indossa me… difficile capirlo… sotto intravedo una camicia… e poi vedo le protesi dietro… sotto la gonna grigia... una gonna grigia contorta... sono molto belle… molto realistiche… color carne... plastica... calze velate... tese su queste gambe che non sono mie… tacchi... tacchi a spillo beige... saranno da almeno undici centimetri… fissati in alto... sopra lo specchio... pendono… puntano come pistole... e io sono montata... montata su questa sedia… gabbia di metallo e plastica... un’articolazione biomeccanica complessa mi tiene indietro... mi deforma... e le mie braccia... ma non ci sono braccia… vedo protesi grigie e bianche... ripiegate... fissate sulla gabbia sopra il mio stomaco... la museruola mi fissa all’indietro... e il prurito… brucia ancora… arde sempre di più... prurito interno… sono un assemblaggio... e lo specchio non mente... mostra la verità... mostra il mio orrore riflesso… il cerchio trema... o tremo io... non cambia... tremiamo insieme... lo specchio oscilla appena… l’immagine si rompe... senza rompersi… un colpo… secco… poi un altro… la macchina… la macchina ricomincia… le aste scorrono… tese su gambe che non sono mie... le cerniere respirano… un dente prende… un altro risponde… l’intero telaio si tende… la giacca del tailleur si sbottona… la camicia si lacera… e poi sento il bacino tirare… non la carne… il simulacro della carne… il posto dove la carne ricorda… poi… ancora… di più… i monconi si allontanano… lentamente… sempre più lentamente… come se il metallo assaporasse ogni millimetro… torna il bruciore… arde sempre più intensamente… si spezza… diventa vuoto… e poi ancora… poi ancora… ancora… la distanza aumenta… qualcosa mi infilza… non so più dove finisco… i monconi sembrano appartenere ad altre stanze… sempre più distanti… a un altro corpo… la macchina insiste… va sempre più oltre… sempre più a fondo... ma sempre poco… sempre… un rumore… piccolo… un colpo molle sul pavimento… poi un altro… guardo… eccole… le gambe… il simulacro delle gambe… sono cadute… prima una… poi l’altra… i miei eleganti tacchi… rotolano… girano su sé stessi… poi si coricano… immobili… le calze si sono afflosciate… la mia pelle… pelle senza pelle… forma senza corpo… ora vedo… vedo le estremità… le cicatrici… bianche… lucide… sempre nuove… linee chiuse… porte murate… lo specchio rimane fisso… vorrei abbassare gli occhi… sprofondare nel sonno… ma non posso che continuare a fissare… vorrei rimettermi le protesi… rialzare… riagganciarle… ricompormi… via questo bianco… via queste cuciture… nascondermi… cerco… con quali mani?... con quali dita?... non ho mani… qualcosa giace ripiegato sopra di me… bracci appesi… io resto ferma… guardo il pavimento… guardo i tacchi… i miei eleganti tacchi… aspettano me… vorrei chiamarli… la voce sale… attraversa il petto… il collo… la gola… l’ugola… la museruola… trova il vuoto… esce… no… non esce… nient’altro più… nient’altro ancora… sempre uguale ancora… sempre più piccolo… la macchina non ascolta… oppure ascolta solo sé stessa… risponde il metallo… con i suoi colpi… scatti improvvisi… silenzio… le protesi restano a terra… le cicatrici restano scoperte… lo specchio resta immobile… la macchina continua… a tendersi… ad allargare… ad infilzare… il bianco resta sotto… il bianco divora lo specchio… forse non c’è mai stato alcuno specchio... pavimento cancellato… tacchi cancellati… cicatrici cancellate… ma la loro certezza resta… certezza senza immagine… certezza che punge… il prurito è sempre stato qui… ardore… che urla… senza voce… senza lingua… senza fine… ancora… e poi ancora un altro scatto… breve… metallico… la gonna… quella poca… viene trattenuta… sollevata sempre di più… da quella che sembra essere una pinza… da qualcosa che non distingue il tessuto dalla pelle… sale… piano… sempre più piano… sempre più lentamente… sempre più identicamente… si ferma… l’aria… sempre più fredda… vorrei chiudermi… non so più come… le ginocchia… non ci sono… le cosce… finite… il bacino… esposto… consegnato… un altro rumore… due lamine… escono dai lati… si alzano… roteano… si inclinano… specchi… uno… poi l’altro… mi cercano… mi restituiscono… non il volto… più in basso… lì… dove ancora sono… dove ancora resto… guardo… vorrei distogliere lo sguardo… guardo ancora… e poi ancora… poi ancora… ancora… la pelle è sempre più pallida… ferma… labbra ferme… sembrano quasi non appartenere al resto… frammenti dimenticati… senza calore… estranei… senza alcun riparo… come tutto… come me… gli specchi non concedono fuga… ogni angolo rimanda ad un altro… ogni riflesso si moltiplica in altri riflessi… non ci sono punti ciechi… non ci sono pieghe dove nascondersi… il telaio vibra… sempre più forte… aspetta… io aspetto… la macchina non rassicura… non minaccia… continua semplicemente ad esistere… e io sono sempre più esposta… non posso voltarmi… gli specchi restano aperti… la forma di ciò che potrebbe accadere… e ciò che potrebbe non finisce mai… non finirà mai… resta… come il prurito… come il dolore... come l’ardore sempre più urticante… non si sfugge dalla macchina… e se la macchina fosse un inganno?... se le protesi e le cicatrici fossero un inganno?… e se i miei monconi non fossero mai stati monconi, ma grosse dita, e io quindi una grossa mano amputata da un’altra donna molto più grande?… forse io non provo dolore… forse è il fenomeno del dolore ad attraversare l’universo prendendo la mia forma… e ora capisco che probabilmente non parlo… ma vengo parlata. 

3.

…tento di sedermi ancora… cerco lo schienale… la mano… la destra… non arriva… riprovo… ancora… più in fretta… il ciclo si è bruscamente interrotto… ora più disperata… non arriva… mi fermo… ascolto… forse è stanca… forse dorme… forse… stringi… afferra… tieni… stringi… afferra… niente… guardo ancora… piano… le spalle… poi… il vuoto… non ho più braccia… due cuciture… filamenti neri... tesi… intessuti nella carne grumosa… estremità lisce… lucide… sono sempre state così?... no… non sempre… lo so… lo sapevo… le avevo… le mani… i gomiti... i polsi... ricordo le dita… le nocche… le unghie… le cuticole… le lunule… ricordo d’essermi aggrappata… ricordo lo schienale… ricordo… prurito… subito… le dita… prudono… tutte… una per una… pollice… indice… medio… anulare… mignolo… gridano… li sento piegarsi… irrigidirsi… cercarsi… non ci sono… ma li sento ugualmente… quando… quando è successo?... non lo so… dormivo… forse ero svenuta… forse mi hanno presa… forse mi hanno tagliata… ma non ricordo dolore… ricordo la sedia… ma non ora non vi è più alcun appiglio… non c’è… forse non c’è mai stata… resta soltanto pavimento… liscio… freddo… bianco… il ginocchio spinge… trascina… il piede… trascina… il fianco… raschia… le spalle… i monconi… scivolano… la pelle brucia… il ginocchio spinge… trascina… il piede… trascina… il fianco… raschia… le spalle… i monconi… scivolano… la pelle brucia… il ginocchio spinge… trascina… il piede… trascina… il fianco… raschia… le spalle… i monconi… scivolano… la pelle brucia… ogni movimento… è un cerchio… devio… sempre… a sinistra… sempre… come se tutto pendesse… non posso correggere… la carne rotea ancora… lento… testardo… verme che insiste… ora mi fermo… vorrei coprirmi il volto… asciugarmi gli occhi… non posso… vorrei grattare… ovunque… non posso… dita che non sono dita si contorcono… chiedono… pelle… bordi… stoffa... qualcosa… mai… conti- nuo ancora… striscio… e poi ancora… poi ancora… ancora… striscio con il mento… con il petto… con il ginocchio… con quel che resta di un bacino… ogni spinta… una ferita… ogni palmo… un’eternità… non vi è meta… solo attrito… superficie che consuma pelle… e mentre avanzo… sovviene un pensiero… piccolo… silenzioso… peggio del dolore… se hanno preso le braccia… senza che lo sapessi… se hanno preso le mani… che altro potrebbero aver preso… solo pavimento… continuare… il pavimento passa sotto di me… non cambia… il mento… il petto… il ginocchio… il piede… la pelle… sempre pelle… sempre attrito… poi… no… prima… un rumore… sordo… e poi silenzio… duro… più pesante… il bianco ha cessato di respirare… devio… sempre a sinistra… sempre… un odore… o forse ricordo di odore… ferro… polvere… plastica… un’ombra… no… qui non vi sono ombre… ma vedo una forma… verticale… ferma… mi avvicino… striscio sempre più rapidamente… ancora… la vedo… la macchina… aste… cerniere… articolazioni… immobili… nessun suono… nessuno scatto… solo ferraglia fredda… mi alzo… salto… vedo lei… ancora montata… dentro… il suo elegante tailleur è completamente lacerato… ridotto a stracci… testa all’indietro… museruola serrata… occhi spalancati… che non fissano ma attraversano… come finestre… senza nessuno dietro… senza nessun dentro… vorrei chiamarla… con quale voce?… esce solo aria… aspetto che sbatta le palpebre… che tremi… che il petto salga… niente… la macchina sembra più viva di lei… guardo più in basso… cinghie… simulacri di gambe a terra… cado… striscio ancora… il naso urta qualcosa… un frammento… non pelle… riflesso… uno specchio… rotto… schegge… ogni pezzo… un volto diverso… occhi… bocche… ciglia… mani... labbra… palati… unghie... capelli… denti… nasi… guance… museruole… ginocchia… glutei… no… solo monconi… chiusi da filamenti neri... niente coincide… niente ricompone niente… vorrei raccogliere… avvicino il viso… il vetro mi restituisce… spezzata… forse siamo sempre state molte… o forse una sola… non sopporto questa vista… alzo lo sguardo più in là… calze velate… afflosciate… tacchi… beige… coricati… più ostinati del bianco… più pazienti della macchina… aspettano… me… o nessuna… fisso il tacco destro… e poi ancora… poi ancora… ancora… mi avvicino… mi allontano… striscio all’indietro… il piede… si pianta… il ginocchio si tende ancora… il busto oscilla… il fianco barcolla… mi sollevo ancora… tremo… salto… ricado… mi rialzo… ricado… mi rialzo… ricado… mi rialzo… ricado… mi rialzo… ricado… mi rialzo… ricado… mi rialzo… ricado… e poi ancora… poi ancora… ancora… il piede sfiora il tacco… lo spingo... rotola… lo inseguo… rotola… lo spingo… salto… lo spingo... rotola… lo inseguo… rotola… lo spingo… salto… lo spingo... rotola… lo inseguo… rotola… lo spingo… salto… salto ancora più in alto… il vuoto mi tira a sinistra… e poi verso destra… poi di nuovo a sinistra… poi di nuovo verso destra… rapidi volteggi… cado di nuovo… mi rialzo… cado di nuovo… mi rialzo… cado di nuovo… mi rialzo… cado di nuovo... il mento contro il pavimento… resto… mi rialzo… ricado… mi rialzo… ricado… mi rialzo… ricado… mi rialzo… ricado… mi rialzo... un altro salto… il piede scivola sul tacco… il tallone cerca… la scarpa sfugge… ricado… mi rialzo… ricado… striscio… mi rialzo… salto… ricado… striscio… mi rialzo… salto… ricado… striscio… mi rialzo… salto… ricado… striscio... mi rialzo… un altro salto… il piede scivola sul tacco… il tallone cerca… la scarpa sfugge… salto… ricado… mi rialzo… ricado… striscio… mi rialzo… salto… ricado… striscio… mi rialzo… salto… ricado… striscio… mi rialzo… salto… ricado… striscio... mi rialzo… un altro salto… il piede scivola sul tacco… il tallone cerca… la scarpa sfugge… striscio… mi rialzo… salto… ricado… striscio… mi rialzo… salto… ricado… striscio… mi rialzo… salto… salto ancora... con maggior precisione… il piede scende… fino in fondo… il cuoio stringe… il tallone ha trovato il suo posto… mi sostiene… il peso è cam- biato… sono più alta… più slanciata… più stabile… quasi bella… guardo nel frammento di specchio… una figura mostruosa… un solo ginocchio… un solo piede… un solo tacco… un tronco che non ha più scopo alcuno… e nient’altro… per un istante sembra quasi elegante… un salto… poi un altro… se solo potessi indossare anche la protesi… un salto… poi un altro ancora… e poi ancora… poi ancora… ancora… un fenicottero… il tacco batte con colpi sordi… secchi… il passo mi precede… ricado… striscio… mi rialzo… salto… ricado… striscio… mi rialzo… salto… ricado… striscio… mi rialzo… ma ora non salto più… vengo saltata… e poi ancora… poi ancora… ancora un salto… salto più in alto... la carne volteggia nuovamente… poi ancora… ancora un salto… salto più in alto… il tacco non sopporta più questa danza… si spezza… la caviglia cede… di nuovo un suono secco… non il metallo… non la macchina… qualcosa da dentro… me… a quanto pare esisto ancora… lampo bianco… il pavimento sale… vertiginosamente… tento di rialzarmi… niente… la caviglia urla… sempre più forte… urlo che risale fino al ginocchio… fino all’anca superstite… fino al petto… fino alla sistola… fino alla gola… fino all’ugola… tento di rialzarmi ancora… niente… e allora mi resta solo lo strisciare perpetuo… mento sul pavimento… tacco ancora infilato… assurdo… ma elegante e fine… di fronte a me ancora schegge di riflessi… sempre la macchina… sempre lei immobile… sempre i simulacri di gambe… sempre le calze afflosciate… l’altro tacco… e quel che resta di noi… diviso… fra vetro… carne… ferraglia… pelle… monconi… o simulacri di monconi?... cicatrici… ossa fratturate… senza che più nessuno… possa ricomporlo.


instagram artista: @oiflac